"Forse più che per qualsiasi altro capo di vestiario, nelle scarpe la dimensione strettamente utilitaria, pratica e quella culturale e simbolica si sovrappongono e si confondono. «Non solamente è giovevole – scriveva nel Cinquecento Garzoni - ma necessario che il piede sia calzato o di scarpa o di zoccolo o di pianella o d'altra cosa tal, acciò non resti di continuo soggetto all'eccessivo freddo dell'inverno, al caldo cocente dell'estade, all'umido dell'acque, ai spini della terra, alle punture de' serpi, alla durezza de' sassi, e a tutte queste cose che ponno danneggiare i piedi di color che caminano per viaggio». Ovvio, ma al tempo stesso ricordava che «tutti compariscono lesti e garbati con un bel par di scarpe in piede, o siano alla spagnola o alla napoletana o alla savoina, over con un par de pianelle o di zoccoli belli, come s'usa a' tempi nostri...» ( Vittorio Beonio Brocchieri- Breve storia della calzatura: http://www.golemindispensabile.it/index.php?_idnodo=8636&_idfrm=61)
Bentornata a me e bentornato autunno, mezza stagione che per definizione non dovrebbe più esistere, se non per segnare qualche fondamentale, reiterato incipit: la scuola, il cinema, il trash televisivo e gli aumenti “d autunno”, appunto.
Il senso del riavvio, dell oscillazione che ha compiuto tutto il suo giro e torna alla partenza proviene da un rituale che scandisce un ritmo il cui tempo non è reale, non proviene da bisogni dell individuo.
Surrogati dei rintocchi della Natura, di cui possiamo sbarazzarci, ma della cui valenza rassicurante non possiamo fare a meno, i riti autunnali si ripresentano, eterodiretti e confezionati nella Fabbrica del Brutto.
Ci serve, di colpo, del nuovo: nuove cartelle, nuovi film, nuovi scemi del villaggio e scarpe nuove. Ci servono oggetti utili e pratici. Divagazioni e spettacoli, che sono però anche dei simboli.
Così da decenni. Con una novità, però, che sta nella qualità della bruttezza.
Il brutto e il bello della mia cartella, per esempio, o delle mie scarpe nuove per la scuola, aveva un discrimine di classe: il bello costava, il brutto era a buon mercato .Il bello era prezioso, sobrio e sommesso, il brutto parimenti sobrio e sommesso, ma sapeva di ripiego, di qualcosa che somiglia e molto meno resistente all usura.
Così il simbolo obbediva zelante alla classificazione sociale. La segnalava. E qui finiva il suo lavoro.
Il brutto che squilla dalle vetrine, ora, a celebrare l autunno e il suo fasullo rito, è un brutto che rompe gli argini, non ha discrimini, non divide le classi, ma indiscriminatamente chiama a sé una società di individui soli ed esclusi che può umiliare calzandoli di grottesco.
Il grottesco umilia. Soprattutto quando è insieme prodotto e nutrimento dell immaginario e dell illusione. Quando è travestimento inflitto, spersonalizzante. Quando l abito o le scarpe assumono forme tanto vicine all immagine deformata della ricchezza e della creatività, i due privilegi da cui uomini e donne, merci e consumatori allo stesso tempo, sono inesorabilmente esclusi, ma sospinti di continuo a raggiungere. Pena l infelicità.
E pensare che sarebbe sufficiente dire di no.
Bentrovati
Cuorerosso