Riporto una lettera di Vittorio Foa scritta nel 2003 alla redazione di Golem L'indispensabile che, in giornate come queste, giornate piene di parole usate a casaccio, ripetute, smentite, sventolate o compresse, mi pare particolarmente attuale.
b.
Cara redazione,
non è facile rispondere: ho vissuto molto, il passato è lungo. E non c'è un solo passato, ce ne sono molti e alcuni cambiano nel tempo, basta assumere una dimensione temporale di medio o lungo periodo e la visione della propria vita diventa diversa. Ma vi sono dei punti fermi. Al di là degli episodi più o meno piacevoli da ricordare vi sono dei momenti nei quali si avverte un senso nuovo della propria vita. Sono i momenti di cambiamento. È allora possibile trovare anche nella politica, come in tutte le attività creative, la felicità, la gioia.
Sono i momenti in cui si sente di cambiare in primo luogo noi stessi, rinnovando le categorie della nostra mente, sia quelle logiche dell'apprendimento sia quelle etiche del dover essere.
Due mi sembrano gli elementi costitutivi di quella gioia: la libertà della scelta e il nuovo spazio di comprensione della convivenza sociale, delle sue necessità, del suo sentire. La libertà era vissuta come responsabilità, come premessa a quel bene così prezioso e fragile che è la solidarietà.
La partecipazione aveva diversi aspetti. Prima di tutto era la parola detta o scritta. Essa non pretendeva di asserire la verità, non era prescrittiva, non diceva agli altri quello che dovevano fare. Era uno scambio fra chi parlava e chi ascoltava, era un invito a pensare insieme. E quando si poneva il problema di cambiare in qualche modo il mondo, si cercava negli altri qualcosa che fosse già una loro ricerca, una loro disponibilità a fare. Gli altri non erano solo un oggetto della parola, erano un soggetto del futuro. I miei contemporanei, come quelli che erano venuti prima, col loro pensiero, con la loro azione e soprattutto con le loro lotte sociali, sono coloro ai quali devo la mia formazione. Ci ho pensato molto nel corso della vita: io non ho avuto un Maestro. Ho sempre cercato negli altri e preso da loro.
E adesso, cara Redazione, qualche ricordo personale. Avevo ventidue anni, ero un generico antifascista che cercava in qualche modo di confermare i suoi ideali. A un certo momento scelsi una via di rischio (poi largamente realizzato) per dare un senso alla mia azione, per non lasciarmi vivere come capitava. Eravamo un gruppo di compagni di "giustizia e liberta"; eravamo pochi, ma si poteva essere felici anche sentendosi soli in mezzo a un mondo indifferente. Così sarebbe stato possibile dopo pochi anni essere felici in mezzo a folle di cittadini che la pensavano come noi, in un momento di liberazione collettiva. Certo vi sono stati altri momenti felici, per esempio quando i giovanissi ventenni del 1960 riscoprirono l'antifascismo e gli diedero un senso nuovo, oppure nei decenni che seguirono, quando i lavoratori videro nella loro resistenza un problema che non era solo loro, ma di tutti. E ancora adesso, negli anni 2000, mi vengono delle tentazioni. E subito viene la domanda: e poi? Ho più volte sofferto l'esperienza della politica che si fa rito e diventa incomprensibile. Il ricordo di lunghi periodi grigi e amari non cancella, però, il ricordo della gioia e dà alla politica il senso della possibilità. Torno sulla parola: non era più quella di prima. Adesso si parlava senza ascoltare gli altri, si ripetevano a non finire le parole, utili ma non vere, si cercava in qualche modo di affermare un presunto potere sugli altri. Allora le parole amate, la giustizia sociale, la libertà non erano un ricerca comune, non ci parlavano più.
Mi guardo attorno in quest'Italia berlusconiana. Le parole del potere perdono ogni riferimento con la realtà, sono dette come capita a seconda di ciò che è utile al potere. L'irrilevanza del linguaggio è la prova di un disimpegno etico.
Questo ci pone nuovi doveri in qualche modo a ritrovare una nuova felicità. Ce la faremo, cara Redazione?
Formia, 6 febbraio 2003
(Vittorio Foa, nato nel 1910 a Torino da famiglia di origine ebraica, nel 1931 si laurea in Giurisprudenza e due anni dopo entra nel movimento di Giustizia e Libertà. Inizia così un periodo di attiva cospirazione e di forte impegno politico contro il regime fascista. Nel 1935 viene arrestato su segnalazione di un confidente dell'O.V.R.A. e denunciato al Tribunale Speciale Fascista che lo condannerà a 15 anni di reclusione. Liberato nell'agosto del '43, partecipa attivamente alla Resistenza come dirigente del Partito d'Azione. Il 2 Giugno 1946 viene eletto deputato all'Assemblea Costituente, a cui seguono la militanza nel Partito Socialista e la lunga attività sindacale nella CGIL. Nel 1970 decide di lasciare gli incarichi sindacali e di ritirarsi a studiare. Insegna Storia Contemporanea nelle Università di Modena e Torino e nel 1991 viene eletto senatore nel PDS. Sono numerosissimi i suoi interventi pubblici e le sue riflessioni sulla situazione politica e sociale italiana.)