La pagina di Cuorerosso e Pittì

Inviti superflui 06/13/2008
 

Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso una vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente non rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo nient'altro.

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose piú semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!". Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta cosí. E non saremmo neppure per un istante felici.

Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensí sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penserai al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo.

È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sí almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie cosí amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

Ma tu - adesso ci ripenso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili da valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci piú a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.


Dino Buzzati



 
Trailer 05/18/2008
 
 
 

Nei quindici minuti della tua pausa pranzo – che sei in ballo dalle sette ma vivi con il tuo tempo e la performance, perché tu vali! - leggi una cosa ma te ne vengono in mente altre mille.

Sono le mille cose che davvero ti interessano ma sei una donna moderna e le tieni lì, per quando torni a casa (dopo il tuo tempo ma sempre in performance). Torni, infatti, e cerchi -  appena appena affannata - un libro che forse c’entrava con una di quelle cose e che eri certa di avere ma non è più dove credevi (santi numi? no, bestemmia; che non sarà elegante ma vaffanculo, tanto non sente nessuno).

 

Forse l’hai prestato (ma c’era una dedica mi pare, non me l’aveva regalato Y per via di quel discorso…. e giù 20 minuti di ricordi di Y – ma anche di X e Z, e di quegli anni demenziali - mentre passi distratta l’aspirapolvere in soggiorno)  o forse è andato perso in un trasloco.

Sì dopo un’ora - nel frattempo hai sentito la cara prozia che è convinta che gli alieni hanno colonizzato i suoi gerani e l'amica del cuore che è in crisi da quinto figlio - ti convinci che deve essere stato così. Ma non trovare proprio quell'inutile ammasso di pagine ti manda in bestia perché lì c’è una delle cose che ti è venuta in mente leggendo altro e più ci pensi e più sei quasi sicura che sia proprio lì, spiegato chiaro, mica come i tuoi pensieri confusi e stropicciati che si nutrono di gracili intuizioni e graziose intermittenze tra botte di implacabile alzheimer.

 

Intanto hai perso due ore e mica ti ricordi le altre 999 cose certamente più sensate di quello stupido libro che magari manco ce l’aveva il pezzetto di pensiero che credevi di aver pensato eh! Fortuna che nel frattempo hai fatto andare la lavatrice.

E comunque se non ritrovi il libro – a questo punto indispensabile - in casa non sarà poi così difficile ripescarlo in libreria o su internet!

 

Già, ma dopo aver steso i panni vai in cucina e ti accorgi che non hai il lievito per i muffins che volevi portare domani in ufficio, perché bisogna un po’ coccolarla quella collega lì che è un periodaccio…

 

Poi accendi la radio - esausta, alla faccia della performance - e scopri che si festeggiano i trent’anni della Basaglia e senti strani discorsi di quelli che trent’anni fa quella legge l’hanno fatta e ti rendi conto di come era bello progettare e di come quei progetti forse andrebbero ripresi, sviluppati, corretti. Innovati anche. E devi proprio studiare sì, chè i progetti sono belli, anzi bellissimi!

 

E pensi ai matti che conosci e chissà perché li trovi belli, come quella conferenza sulla poesia mediorientale: sono così donne queste donne di guerra!

A proposito di guerra: c’è anche quello di sotto che dice che c’è una perdita anche se il portiere dice di no, devo chiamare l’idraulico?

Fortuna che è abbastanza tardi per rimandare a domani performance e ferro da stiro. Per fortuna eh!


 
Catarsi 05/01/2008
 
 
 
 
 

Mi è venuta così l idea di recensire i sentimenti.

Sono produzioni umane, straordinariamente diffuse,  di facile accesso e molto frequentemente verbalizzate. Insomma, ci stanno sempre fra i piedi. A proposito di linguaggio, giusto per capirsi subito, intendo sentimenti nell accezione più recente, quella per cui "ha perso i sentimenti” verrebbe  interpretato come un caso di disaffezione e non come uno svenimento da collasso.

La faccenda non è del tutto semplice, per due buoni motivi. Il primo è che la valutazione dei sentimenti parrebbe sfuggire all estetica, dal momento che si tende a credere che abbiano piuttosto a che fare con la morale. Si dice buoni , non bei sentimenti.

L altro è che non è del tutto chiaro cosa siano esattamente. E' il guaio dei concetti generalmente condivisi. Tutti ne conoscono l esistenza, molti avrebbero difficoltà a disegnarne la nozione.

Il che aumenta, per vastità del campo semantico, il rischio di incomprensione. Quanto al primo ostacolo, non me ne curerò: che appartengano all estetica, o anche all estetica, è cosa dimostrata dal fatto che esiste una pornografia dei sentimenti, un'esibizione dei sentimenti, una seduzione attraverso i sentimenti, una rappresentazione dei sentimenti. Il secondo potrebbe preoccuparmi di più, ma mi auguro sia superabile suggerendo dei sinonimi: emozioni, reazioni emotive o anche  stati emotivi. Parlo di quello. Di quel movimento interiore.

Per stimarne la bellezza bisognerà chiarire che un'emozione non è un impeto cieco, una reazione scomposta e casuale, lo scompaginamento maldestro e insensato dell equilibrio, un singulto autoreferenziale che pesca nel torbido delle nostre mancanze- come la deformazione pornografica ci induce a ritenere. I sentimenti sono discorsi, azioni che dipendono da come e quanto si è entrati in relazione con il mondo e le persone. E come la realtà e le persone sono entrate in relazione con la nostra interiorità e quindi con ciò che consideriamo vero ed importante.

In buona sostanza, non c è altra via per imparare e conoscere. A dispetto del discredito da cui sono stati sommersi in una società mercificata che li ha ridotti al loro clone patetico, i sentimenti sono la più affidabile delle stelle polari. A patto di lasciarli vivere e interagire.

Un bel sentimento è un movimento, una dilatazione del mondo fino ad allora conosciuto, un nome nuovo, un lemma aggiunto, un nuovo angolo rischiarato, è una fortuna. Sia che si tratti di  affetto che di ostilità , indipendentemente dall appagamento o dall afflizione che lì per lì ne deriva. Che sia buono o cattivo, un bel sentimento è creativo. Chiede e risponde. Offre e accoglie. Vede, rivede e impara. Scrive una storia nuova. E non è mai da solo. Mai non corrisposto, come temono gli innamorati esitanti. Quello, casomai, è un destino possibile del  desiderio.

                                                                              Cuorerosso 

 

 
 

Io sono una che, come un sacco di altre persone, guarda molti film. Però non amo il cinema, credo. E per me guardare un film è una fatica, mi ci vuole impegno, devo metterci concentrazione. Al cinema capita che mi perda o che mi addormenti, o che non colga passaggi fondamentali per esempio. Leggere è molto più naturale dal mio punto di vista. Tuttavia nemmeno leggere è qualcosa che faccio con disimpegno. Che legga Tolstoij o Eva tremila, debbo concentrarmi. Inizio a pensare che abbia problemi di concentrazione, a questo punto. Fortunatamente non se ne è accorto nessuno quand'ero piccola, o mi avrebbero curato con mostruosi medicinali al pesce.  Invece quando penso non ho bisogno di concentrazione, e nemmeno quando scrivo. Lì davvero è come respirare. Chiaramente devo essere in buona. Se non sono in buona non mi riesce niente e tanto vale che me ne vada a letto.  Raramente, in ogni caso, mi capita di uscire appagata, dal cinema. Ultimamente poi, non mi capitava da chissà quando, bo. Persepolis mi piaceva. Mi piaceva mentre ero in sala e guardavo con la coda dell'occhio i profili della gente di fianco a me, per capire se anche a loro piacesse. Mi piaceva mentre raccoglievo le gambe sulla poltrona, mi piaceva masticando le mie caramelle. Persepolis più che un film è stato un viaggio, ed è stato naturale, come bere, scrivere e pensare. Capita, a volte, di sentirsi nutriti da qualcosa. Mi succede davanti a certi quadri, o in alcune chiese. Anche guardando gatti. Non so come si chiami questa sensazione qui. Così la chiamo nutrimento. Che ti lascia anche poi quella sazietà senza appesantimento, quella leggerezza come quando sei felice. Una o due volte l'anno. Lo consiglio ai pochi che ancora non l'abbiano visto.
Pitti


 
 

Da un discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi nel 1955. Per me non è "memoria" anzi, in tempi come questi è futuro. 

b

…«L’art. 34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Società. E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi!

È stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il passato. Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono di fatto e che bisogna rimuoverli.

Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.

Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. È una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Società, in cui può accadere che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della Società. Quindi polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, indifferentismo che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani. La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica. E quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca, con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio “ma siamo in pericolo?” e questo dice “secondo me, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno, dice: “Beppe, Beppe, Beppe”, … “che c’è!”… “Se continua questo mare, tra mezz’ora, il bastimento affonda” e quello dice ”che me ne importa, non è mica mio!”.

Questo è l’indifferentismo alla politica. È così bello e così comodo. La libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io. Il mondo è così bello. È vero! Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la Carta della propria libertà. La Carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo. Io mi ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto delle libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare, dopo un periodo di orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto, questa è una delle gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel mondo, non è solo! Che siamo in più, che siamo parte di un tutto, tutto nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora vedete, io ho poco altro da dirvi, in questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli articoli. E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’articolo 2: “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini. O quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge” ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’articolo 5 “La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” ma questo è Cattaneo! O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi! O quando leggo all’art. 27 “Non è ammessa la pena di morte”ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Quindi questa non è una Carta morta. Questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione».

 

 
 



All inizio furono le donne. Somministravano medicamenti, osservavano reazioni, procuravano sollievi. Erano guaritrici più che scienziate in termini moderni. Ma di scienziati, in termini moderni, non potevano essercene ancora. Nel mondo muliebre, sommerso e domestico, la malattia non era una punizione divina, ma un tradimento dell equilibrio. Troppa bile, poco sangue, un eccesso o una mancanza. Nessuna sorpresa che la scuola medica di Salerno, la più avanzata nell undicesimo secolo, avesse una donna, Trotula, fra le sue eccellenze.

Poi vennero i lumi, la scienza, la clinica e le scarpe. Per fortuna, si capisce. Ché è una fortuna poter contrastare la patologia, guerreggiare e vincere l alterazione.

Le donne ne furono escluse per qualche secolo e poi riapparvero. Con le scarpe. Le scarpe e il suono del passo nei corridoi delle cliniche sono il grande elemento identificativo.

Quelle da medico sono comode e con le suole leggere. Sono scarpe da esterno, di chi viene e se ne va. Tamburellano, ma con garbo.

Quelle da infermiere sono di gomma oppure di legno. Scarpe da interno, ma estranee. Martellanti, flagellano il corridoio perché chi le indossa ha fretta e ha da fare.

Quelle rumorose dei visitatori sono sporche, inadatte e forestiere. Picchiettano inopportune, si fanno riconoscere.

E poi ci sono le pantofole, ai piedi dei corpi malati. Corpi espropriati e consegnati. A fin di bene, si capisce. Ma espropriati. Organi assemblati e consegnati all esplorazione. Reni, fegato, sistema nervoso, circolazione sanguigna. Tutti a scivolare silenziosamente, nel loro contenitore imbarazzato ed intimidito, sulle pantofole.

Lo straniamento che ne deriva è forte. E' quella cosa che ti fa credere che la malattia sia un difetto di funzionamento di un componente. Ma, anche, che quel componente sia altro da te.

E che, se in officina saranno sufficiemente competenti, presto ti sarà restituito come nuovo, o almeno accomodato. E potrai di nuovo indossare delle scarpe tonanti e ritrovare la tua unità.

Io ho deciso:niente pantofole, porterò con me le birkenstock. Voglio che si senta il mio passo, quando porterò il mio fegato in officina. Non voglio che si senta solo.



 
Sabbia 04/19/2008
 

Tutta la vita davanti (Paolo Virzì, Italia, 2008)

 

Non impeccabile, non perfetto, non stilisticamente innovativo o registicamente riuscito o esteticamente appagante. Buone alcune parti di sceneggiatura e piuttosto convincente l’interpretazione di quasi tutti (tranne forse Ghini il cui personaggio, però, è stato forse “riassunto” troppo).

 

Però un paio di cose le dice o ci prova almeno (o forse le ho viste io chè, si sa, non ci vedo benissimo).

Quasi tutte le recensioni parlano di commedia amara o grottesca. Personalmente mi è sfuggita la commedia e non ho trovato nulla di più grottesco di quanto non veda tutti i giorni.

 

A me è sembrato che il film non racconti solo della vita precaria e surreale dei call-center né tanto meno che sia un film generazionale sui bamboccioni. A me è sembrato un tentativo di raccontare  questo tempo tossico di performance e spaventato dagli abbracci sinceri che, se ci sono, sono puramente casuali e finiscono in lacrime liberatorie.

 

Non si salva quasi niente in questo film: non i diritti, non il sindacato, non l’università dei vecchi del bacio accademico, non un’ipotesi anche stiracchiata di futuro ma soprattutto non si salvano le relazioni (se non frammentate o “nostalgiche”). Tutto esalta o delude nello spazio di poco tempo.

 

La costruzione non è data: chi mai costruirebbe sulla sabbia?

Eppure a me sembra che sia questa la trappola: essere indotti a credere che tutto sia sabbia.

aragraph.