Quando un amore va, meglio lasciarlo andare 04/30/2008
Tutti hanno un amore finito per cui stanno particolarmente male. Succede e basta, ed è indipendente da un sacco di questioni che si possono immaginare. E' davvero facilissimo minimizzare le pene d'amore altrui. Per questo quando capita a noi poi ci sentiamo totalmente abbandonati. Gli altri, secondo me, si vendicano. Io conosco uno che è stato insieme ad una ragazza per tre settimane ed è stato male circa, non so, tre o quattro anni. Favoloso. Quanta energia dentro quel cuore sofferente. Dovrebbero impiegare l'impeto delle sofferenze amorose per alimentare qualche forma di energia alternativa. Quando soffriamo ci attaccano una ventosa al petto e noi con quella ci riscaldiamo casa. Non sarebbe magnifico conferire una qualche utilità al proprio dolore, quando sembra così inutile? Sì, sarebbe magnifico. Se mi avessero attaccato qualche cavo, non so, quando è successo a me, avrei fatto del bene. Sarebbe bello che poi ognuno scegliesse a chi devolvere il frutto delle proprie sofferenze. Non so, anche agli ospedali va bene, se si è molto altruisti. Così quando salta la corrente non schiatta nessuno che si stia operando alle tonsille. Io la regalerei ad un asilo credo, oppure nella sede dell'università di via mercalli, che lì si gela perennemente. Una volta in via mercalli ho preso la tisi. In via mercalli se guardi bene nell'erba corrono i topi. Non ho saputo esprimere completamente il fuoco della mia sofferenza amorosa, quando è successo, così, una parte di quella sofferenza, è implosa, sì sì, proprio qui dentro, e si è sedimentata, scoppiata, da qualche parte, chissà su quali organi vitali. La parte che è fuoriuscita invece si è trasformata in tante cose: nuove amicizie, nuovi amori, un sacco di cose da scrivere, mille interessi per non sentire niente. A me non serve. Cosa può mai voler dire che uscire a divertirsi fa dimenticare? Cosa siamo, noi? Porcellini d'India? Quando si ama e non si è più riamati scoppieremmo di dolore finanche al polo nord, in mezzo ai ghiacci, e anzi, quei ghiacci ci ricorderebbero di quando avevamo messo qualcosa nel congelatore, o di quando avevi ordinato da bere, senza ghiaccio e senza limone. Da qualche giorno, dopo tanto tempo, sento che invece se ne va. Se ne va e forse non soffrirò più. Non riesco a provare solo sollievo. Dopo due anni era diventato come avere lo spazietto tra i denti o la erre che rotola. Quando se ne andrà come faccio? Avrò ancora energie? Marcirà quella forza implosa? Cosa mi rimarrà attaccato alle pareti dello stomaco? Pezzi di cadavere di storia sofferta, finita, sofferta, morta? Chi mi ridarà quel cane appeso alla giugulare? Riuscirò ad andare avanti, senza struggermi? Onirismi parte 1 04/28/2008
Questa notte ho sognato di dover dare storia moderna, a Vicenza. Lo portavo da non frequentate, e la docente, che non avevo mai visto, era una vecchia ingioiellata. Ci ha distribuito i fogli e la rompicoglioni di fianco a me (questi non ti mollano nemmeno quando dormi) mi ha detto ma io non ti ho mai visto sai che non puoi dare lo scritto se sei una non frequentante? Così mi sono trascinata dalla docente e le ho chiesto: scusi io sono una non frequentante perchè lavoro sempre (e nel sogno sapevo di mentire, anche là ero non frequentante per la non voglia di frequentare), posso sostenere l'esame scritto comunque? E lei mi dice no, non potresti, ma in fondo non c'è nulla di male, quindi certo, cara, siediti. Così arrivano delle fotocopie, circa una decina, di somande sul mio banco e su quello degli altri, ma non sono esattamente domande, sono fotografie di ingressi di abitazioni sotto le quali dovrei scrivere chi ci abitava e quando. Non so niente, sono non frequentante. Quindi cerco di copiare la stronza di fianco a me, ma lei, al posto delle foto, ha dei pupazzi, come barbapapà, e scrive forsennatamente le proprie risposte. Dato che un esame come il mio riuscirebbero a darlo solo Augias o Alberto Angela, decido di riconsegnarlo ed esco. Ma appena fuori dall'aula sento che qualcuno mi rincorrere e allora inizio a scappare e corro come una matta, ma non mi manca il fiato e non ho l'asma, io corro come nuotano i pesci, come se fossi nata per quello. Attraverso un enorme ponte e sono a Venezia, in fondamenta di borgo, che è una strada in cui non c'è nulla, a parte una trattoria nascosta e lugubre ma degna di nota. E di solito lì non ci sono mai nemmeno le persone, è quella parte della città non ancora sommersa dalle macchine digitali. Nel sogno però la via è incredibilmente affollata, piena di tavolini che danno sul canale e ad uno di questi trovo seduta la mia compagna di liceo Giovanna. Incurante di chi forse ha smesso di darmi la caccia mi fermo e le dico ehi ciao Giovanna, come stai? Studi ancora a Padova? E lei mi dice no, studio a Cluny. E io, davvero? Certo. Ma studi ancora arabo e persiano? Certo, mi sto specializzando. Magnifico. E tu, mi chiede? Io ho quasi finito. E mentalmente penso a quando mi sono immatricolata, quanto tempo sia passato, quando dovrei finire sul serio. Poi me ne vado, saluto anche i suoi genitori, che erano lì. Non li avevo mai visti, lei non assomiglia a nessuno dei due noto. Poi giro l'angolo e scendo per una scala e mi ritrovo nell'upim che una volta c'era a Treviglio, buio e sporco, in una specie di sotterraneo antibombe. C'è la scala mobile dove da bambini salivamo perchè non ne avevamo mai vista una a parte lì, poi che fortunatamente nessuno ci portava in centri commerciali a trascorrere l'infanzia. E noi eravamo tutti Indiana Jones e l'upim era il regno misterioso da esplorare. Era magnifico l'upim. Comunque, scendo, e ad un certo punto sulle note della canzone del tempo delle mele inizio a scagliare uova da tutte le parti, in particolare contro il commesso delle bistecche. Poi inizio a lanciare banane, barattoli di pelati, salsa tartara. Il tutto al rallentatore, sulle note della canzone. Come se fossi nello spazio, come se fluttuassi più che altro. Poi mi sono svegliata e ce l'avevo tutto in mente. E' così raro che dovevo fermarlo, in qualche modo. Con la pioggia o col sole 04/27/2008
Tra le ventimila cose che non sopporto c'è il meteo. Un tempo almeno capitava che sbagliassero, così tutti dicevano: le previsioni non ci azzeccano mai, e se il giorno dopo dovevi andare a fare un picnic in montagna preparavi la cotoletta da mettere nel panino, o i biscotti alla marmellata, in ogni caso. E il giorno seguente, si partiva. Ho una foto del mio quarto compleanno in cui siamo in montagna. C'è un prato enorme e io indosso una maglia che mi arriva alle ginocchia e un paio di all star vola. Compio gli anni l'ultimo giorno di luglio e non ha mai piovuto, in ogni caso. Ora le previsioni del tempo ci prendono quasi sempre. Mi perseguitano. A qualunque ora accenda la televisione qualcuno sta parlando di forze di mari, perturbazioni, venti anomali, temperature di poco oltre la media stagionale. Quando andavo al liceo mio padre mi svegliava alle sette e un quarto, appena finite le previsioni, e me ne dava notizia. Diceva oggi nebbia, oggi freddo, oggi variabile. L'autunno del duemila ha piovuto moltissimo e ogni mattina mi svegliava in questo modo, oggi ombrelli in tutto il nord, ancora. Le ho anche sul pc, e non riesco a levarle. Mi dice quanti gradi ci sono fuori in questo momento, se la luna è coperta oppure no. Non mi lascia in pace mai. Prima pensavo che comunque vada non cambi nulla. Nella vita o hai l'ombrello o no, non ci sono molte altre ozpioni. Qui da noi almeno. Magari in Finlandia si mettono le racchette ai piedi con tanta neve. Non lo so. Avevo un maglione con la bandiera della Finlandia con ricamato uno scoiattolone con due racchette alle zampe. Per me la Finlandia sarà sempre e solo quel maglione là. A scuola una dietro di me non sapeva come si scrivesse Finlandia, così le abbiamo detto, ma come fai a non saperlo, che vergogna. Chiaro che si scriva con due elle. E così per me la Finlandia sarà sempre quel maglione, e anche la Fillandia. Per gli esami di quinta elementare tra l'altro ho portato la ricerca sulla Finlandia, incredibile come certe cazzate le incontri una volta e rischi che ti ricapitino tutta la vita. Ricordo che avrei preferito parlare del Madagascar, ma non mi fu concesso. Si poteva scegliere solo un paese europeo. Poi mi hanno chiesto: quante facce ha un cubo? E io, bo, fatemelo vedere. Ma dai che è facile, quante ne ha? Pensa al dado. E io otto. E loro, ma pensa al dado, e io, otto. Fatemelo vedere. Così mi hanno messo tra le mani un cubo di legno e mi hanno fatto contare le facce. Ne ho contate otto. Per me il cubo avrà sempre otto facce e un dado sarà sempre altro da un cubo. A me non interessa sapere che tempo farà domani. Devo andare in gita? No. Devo guidare? No. Devo costruire una casa? Nemmeno. Ma anche se fossi una gitante, un'autista, o una muratrice, se piovesse, cosa cambierebbe? E comunque a prevedere il tempo son capaci tutti. Ma il tempo? Sa forse prevedere qualcosa? Buonanotte Avviso ai 25 naviganti 04/26/2008
Quando manca la mamma di questo blog (io sono il padre), faccio fatica a scriverci e quindi mi prendo una pausa. Almeno per questo fine settimana. E poi, in fondo, in questi giorni non ho molto da raccontare. Nulla mi indigna, nulla mi entusiasma. In realtà, tra l'altro, ho maggiore ispirazione nei giorni lavorativi, benchè io non lavori anzi studi. Il fine settimana è la mia piaga. Ancora una volta dove in tanti gioiscono, io accuso. Se fa ponte poi, non ne parliamo nemmeno. Alla vita, bene o male, ci si abitua. Per forza, a meno che non vogliamo morire, e comunque prima o poi si muore, quindi, se proprio è una merda totale, basta aspettare qualche anno. Gli uomini sono esseri straordinari fabbricati per compiere imprese eccezionali e durare a lungo. Dovremmo smetterla di parlare male e lamentarci sempre del genere umano. Con la feccia che c'è in giro, non so, i ragni, o i cani lupo, o le nutrie. Poi alcuni durano meno, ma tant'è. Penso a quelli che scappano dai loro paesi perchè c'è la guerra o non hanno da mangiare o si sono stufati di stare in Pakistan e arrivano in europa a piedi. A piedi. E non sono proprio cinquecento metri. Ovvio che credono non ce la farò mai, e di fatto, qualcuno si perde oppure viene investito o viene ucciso o decide di tornare indietro. Ma qualcuno arriva. E infatti non sono clandestini, sono atleti. Dovremmo tenerceli stretti e farli entrare nella squadra olimpica a vincere qualcosa dato che i nostri vanno all'isoladeifamosi e trombano starlette tutto il giorno. Con un po' di cipria, potrebbero essere dei nostri. L'uomo resiste e poi parla. Mettiamo che un uomo abbia sete, può chiedere, scusi gentile signora avrebbe un bicchiere di limonata? Dove posso trovare una fontanella? Poi possono anche non risponderti, perchè gli uomini sono stronzi, tra le altre cose, ma tu gliel'hai chiesto. Pensiamo ai cammelli, come fa un cammello a dire ho sete? I cammelli non parlano la nostra lingua e nemmeno i Tuareg parlano la nostra lingua, ma comunque è più facile che comunichiamo io e un uomo blu, piuttosto che io o un cammello, o un uomo blu e un cammello. Gli uomini blu sono i Tuareg, l'ho studiato alle medie. All'amore invece non ci si abitua mai e, per quanto mi riguarda, è e rimarrà sempre qualcosa di insano e pericoloso. La gente si accoppia per mille motivi diversi e poco spesso per amore. Per protezione il più delle volte, secondo me. Per convenzione anche. Per attrazione fisica. La prima ipotesi è la peggiore. La gente trova qualcuno con cui stare e si dimentica di tutto quello che ha fatto fino al giorno prima. Pazzesco giuro su dio. Quasi si vergogna della propria vita precedente. E pensa, accipicchia, come ho fatto fino ad ora senza di lui? O di lei, chiaro. Nessuno se ne capacita, queste persone cambiano improvvisamente ed è un trauma per l'intera comunità di conoscenti, amici, vicini di casa. Poi c'è l'amore che ti dilania e ti annoda tutte le corde del cuore. Pathos a centomila proprio. C'è quello dei nodi al pettine, della cena a san valentino, della gita la domenica, del cuciniamo insieme, del vorrei avere dei bambini con te, dell' un giorno avremo questo e questo e questo. Quando uno se ne rende conto inizia ad amare con discrezione e cervello. L'amore è soprattutto mente, o almeno, io il cuore lo dedico ad altro. All'elettrocardiogramma, per esempio. Comunque non c'è da preoccuparsi, finisce, e spesso nei momenti migliori. Come Battisti che balla con la sua tipa e lei vedi un alto drudo e gli sorride e in una frazione di secondo crolla un amore e, forse, ne comincia uno nuovo. Poi lui continua a desiderarla e lei le ritorna in mente bella com'è, forse ancor di più. Il fulcro della canzone è quell'ancor di più. Come idealizzare una zoccola. Comunque passa, e non muore nessuno. Vorrei sapere dove è finita la mia scheda 04/21/2008
Poniamo che Ics desideri ardentemente qualcosa che è certo di non possedere ma che invece già possiede, solo che non lo sa. Non vorreste tutti essere in Ics? Sareste insoddisfatti come lui, se foste lui, chiaro, perchè come Ics non sapreste minimamente che ciò a cui anelate ce l'avete in tasca. Il fatto è che passiamo la vita a desiderare qualcosa, volendolo o meno. Anche se non se ne fa parola. Ma io scommetto che anche Bourdieu ha espresso almeno un desiderio spegnendo le candeline della sua torta ad ogni compleanno. Marx avrà detto voglio finire Il capitale a breve, dopo aver scorto una stella cadente. Borghezio avrà pensato spero che il negro che mi ha venduto questo braccialetto islamico di merda bastardo coglione prenda fuoco da solo, quando quel braccialetto gli si è staccato dal polso. I desideri sono umani e sono di tutti. Come la cacca. Uno non ci crede che Madonna faccia la cacca, e invece. Io vorrei essere in Ics. Così questa sera penso che qualcosa che desidero incredibilmente (così tanto che non oso nemmeno desiderarla più di due volte la settimana) sia già mio. Quindi uno dei miei desideri si è avverato senza che io me ne sia accorta. E' bellissimo. Pensate tutti che sia appena successo anche a voi. Qualcosa che avete voluto e che probabilmente continuare a volere è accaduta ma non la trovate. E' così beffardo. Certi penseranno che sarebbe stato meglio non si avverasse nemmeno, a questo punto. No, per me no. Anzi. Se solo fossi certa che qualcosa che ho desiderato si fosse avverato non mi interesserebbe di poterlo toccare, forse. Mi piacerebbe esserne sicura. Dormirei anche meglio, di sicuro. Sono molto stanca e non so se quanto ho scritto abbia il senso che aveva quando l'abbiamo pensato. L'abbiamo pensato in due. Che quel desiderio fosse già questo qui? Ci salverà la carta 04/20/2008
Quando si inizia a soffrire, poi, non si smette più. C'è chi comincia presto, da bambino. Chi, in forma più classica, durante l'adolescenza. Chi da quasi adulto, chi da adulto, chi da vecchio, chi mai. No so quale sia l'opzione peggiore. Forse la sofferenza adolescenziale. Chi soffre molto lì rimane segnato tutta la sua stupida esistenza, asciugandosi il sudore freddo dalla fronte ancora a cinquant'anni perchè, grazie a dio, l'adolescenza è passata. Io non ho avuto un'adolescenza, non ho mai avuto nemmeno un brufolo. Non ho mai avuto fidanzatini. Non ho mai avuto screzi con la mia famiglia. Ero una personcina felice e consapevole di essere adolescente senza problemi, talvolta con qualche pensiero enormemente rivoluzionario tipo fuggire di casa e non tornare mai più, rincasare alle undici e dieci invece delle undici al sabato sera, leggere libri per adulti. Era vita, sul serio. Forse perchè quegli anni li ho trascorsi perennemente sui libri. In un modo o nell'altro. Studiando o leggendo per i fatti miei. Leggevo sempre, anche camminando. Se fossi stata capace l'avrei fatto anche in bicicletta. Il cinema ancora non mi interessava molto. In realtà non stravedo nemmeno ora per l film, ma mi è successo. Il caso ci porta spesso a fare maggiormente la cosa che ci importa di meno. I libri mi interessavano, perchè erano con me. Nella borsa, in tasca, in testa. Di notte sognavo i personaggi, le storie che stavo leggendo si fondevano tutte insieme in certe vicende a dir poco paranormali: Margherita Gautier se la faceva con Emma Bovary, l'innominato comprava shampoo da Bolledisapone, i Karamazov tenevano un karaoke. Erano sogni fantastici e appaganti. La mattina non riuscivo nemmeno a far colazione dalla testa che mi scoppiava di stranezze. Poi prendevo la bicicletta e andavo a scuola. Non sono mai arrivata in ritardo. La mia scuola era troppo vicina a casa. La mia sofferenza è iniziata più tardi, verso i diciotto anni, e, tra qualche mese, compio il mio sesto anno di sofferenza, e spero di farlo in grande stile, con una torta ai lamponi, la mia preferita. Adesso sono dentro una gabbia, e più tento di evadere, più questa mi si stringe addosso. Non so cosa potrebbe succedere se mi stritolasse. Forse non riuscirebbe nemmeno a farlo. Forse appena mi tocca davvero esplode e mi lascia in pace. Ma non so se sia bene rischiare o continuare con questa lenta agonia senza scopo. Così ho deciso di ributtarmi sulle letture e consumare le poche diottrie rimaste ai miei occhi miopi. Quando mi succede poi non capisco mai un cazzo. Tutti i discorsi mi sembrano incomprensibili. Sarebbe bello se potessimo vivere lì, nei libri. Soffrire tra le pagine, senza mai privacy. Con l'unica speranza che chi ci stia leggendo si stufi di noi e ci rimetta su una mensola, vicino a qualche simpaticone come, non so, il conte de Sade. . 04/19/2008
Stepan Trofimovic aveva saputo toccare le corde più profonde del cuore dell'amico e suscitare in lui la prima sensazione, ancora indefinita, di quella eterna santa malinconia che qualche anima eletta, una volta conosciuta e gustata, non cambia più con un piacere a buon mercato (ci sono anche certi amatori che hanno più cara questa malinconia della soddisfazione più piena, se questa fosse possibile). Ci vorrebbe Arbasino 04/17/2008
Il fluid è una discoteca appena fuori bergamo. Sta vicino al centro commerciale di Orio, che sta vicino all'aeroporto. Quei paesi fanno schifo. Quando mi capita di passarci, verso sera, o di notte, il cuore mi si riempie di emozioni contrastanti. Da un lato mi piace guardare tutto quel degrado, dall'altro mi spaventa. Quelle case tutte brutte allo stesso modo, i capannoni, le fabbrichette, i mobilifici all'ingrosso, i cartelli stradali, le puttane, le scritte dei tifosi dell'atalanta sui muri, dal 1907. La bergamasca è una terra che nessuno può amare. La bergamasca fa cagare. E' come se l'avessero costruita da un'altra parte e poi messa lì, per vedere che effetto avrebbe fatto. Le persone hanno cominciato ad abitarci, poi hanno fatto dei bambini, ed eccoci qui. Dalle vacche al paranoico, in quarant'anni. A ingozzarci di merendine e passare il weekend nei supermercati. Una vita così non è vita, per questo occorre ricrearsene una ex novo, pur non allontanandosi. I figli di papà si fanno mantenere a Londra o Parigi o Berlino, e i loro fratelli meno ricchi boccheggiano nella bassa aspettando il venerdì o il sabato notte. Aspettando che apra il Fluid. Quando sento dei ragazzini che schiattano per ecstasy mi viene da ridere per tutte le cazzate che diranno successivamente. Che sono stati ingannati, che gliel'hanno messa nel bicchiere, che era la prima volta che andavano a ballare, che non fumavano nemmeno una sigaretta. Che erano sportivi. C'è una cosa che non sono mai riuscita a capire: ma i tizi che partecipano ai dibattiti in televisione credono a quello che dicono? Credo che morire per droga non sia una morte drammatica, non più di altre. E non rappresenta un problema a livello nazionale, non rappresenta un disagio giovanile diffuso. Morire di droga rappresenta la morte di chi si fa, a chi non si fa non gliene frega un cazzo. Ci sono un buonismo e una reticenza assoluta quando succedono questi episodi. Da ma una volta non era così a dio mio così giovane e sciatrice pergiunta. Una volta si facevano le pere, era pure peggio. Una volta lasciavano le siringhe nei parchi e il tossico del tuo quartiere era il tossico, una persona per la quale dovevi provare più pena che paura, un disperato come i poveri, e i bambini della jugoslavia. Uno a cui sarebbero caduti tutti i denti, prima o poi. Nel mio quartiere c'era un tossico che girava sempre in salopette, e lui era per tutti al drugat. Gli davano il prosciutto gratis, in salumeria. Non vorrei essere cinica, ma lo sarò. Uno che muore di ecstasy è uno di meno, e i ragazzi non vanno sempre giustificati. I ragazzi conoscono benissimo i rischi in cui incorrono assumendo qualunque sostanza. Se ne parla a scuola, se ne parla in televisione, se ne parla in internet, se ne parla sui giornali. Su panorama fanno certi servizi in cui ti dicono tutto: in quali quartieri si trova e cosa, quanto costa, se la paghi meno dagli albanesi o dagli algerini, come si ci deve approcciare ad un pusher. La droga non è un disagio, non in questi casi. La droga è un trend. Le discoteche non c'entrano niente. Le discoteche sono solo i luoghi che fequentano questi branchi di cafoni ignoranti e sottosviluppati. Se al fluid iniziasse ad andare qualcuno che non è di loro gradimento, cambierebbero posto. Se al fluid invece della consumazione, nel prezzo dell'ingresso, ti regalassero un libro, andrebbero a ballare allo Champagne, piuttosto, che una balera di liscio in zona. La coca è figa, le paste sono fighe. Punto. Lapo è un coglione perchè l'hanno beccato con una trans, mica perchè era strafatto. la droga non è in discoteca. E' ovunque e da nessuna parte. Conosco ragazzi che si calano prima dell'aperitivo. Poi ci si prende la mano e la degenerazione è veramente veloce in modo impressionante. Prima non erano cime, ma almeno non parlavano con le panchine. In discoteca ci vanno i fighetti con la mini e le audi. mai che si veda una fiat duna schiantarsi contro un albero la notte, o una panda, o una yaris. Questi non sanno un cazzo di come si sta al mondo. Per questo crepano. Sui vestiti 04/17/2008
So che per il paese è un momento drammatico. Ma avrò cinque anni per parlarne. E poi parlare di cosa? Berlusconi non esiste. Vorrei piuttosto mettervi al corrente di quanto sia difficile, oggigiorno, trovare dei vestiti. Se hai dalla trentotto alla quarantadue e miri a troieggiare a striscia la notizia sei regina dell'universo in questo senso. Anche se hai dalla trentotto alla quarantadue e sei cieca, non ci sono problemi. Se hai dalla trentotto alla quarantadue e sei sobria, sono cazzi tuoi. Se sei miliardaria, come sempre, tutto fila liscio: puoi comprarti una velina, scuoiarla come un coniglio e indossartela, però anche lì devi fare attenzione, perchè io in giro vedo molte con la faccia della canalis ma il fisico del gabibbo. Per una persona questi sono problemi. Per esempio, io in primavera uso lo stesso giubbetto dalla quarta superiore. Blu. E' talmente sobrio che scommetto che entro sei mesi diventa vintage. Però ha un buco sulla manica destra. Mia madre mi ha detto che va cambiato perchè sembro la figlia dell'ombrellaio, in dialetto, umbreler. Una categoria, gli aggiustatori d'ombrelli, che tempo fa di certo faceva la fame (in cornovaglia magari avrebbe vissuto più dignitosamente) ed ora si è presumibilmente estinta, come tanti altri riparatori. Oggi chi mai penserebbe di far riparare un ombrello? Io e qualche altro stronzo. Se ti si rompe l'ombrello ne compri un altro. Una mattina ho preso uno di quelli che ti vendono in metro, tra il cubo di rubik e i pupazzi al piombo. Alla prima folata di vento, in via larga, si è letteralmente disintegrato. Ieri fuori dalla coop un vecchio ha chiesto al senegalese che sta vicino ai carrelli, è da un po' che non ti vedo sei stato al tuo paese? E lui, sì. E il vecchio infatti sei abbronzato. Poi con una bottiglia di vetro è andato a rifornirsi di latte da quella macchina sparalatte che quando ha finito muggisce. Visto che sembravo la figlia dell'umbreler ho dovuto fare acquisti. Sono andata in un negozio che secondo me va un po' oltre le nostre possibilità finanziare, ma mia madre mi dice di non preoccuparmi sempre per i soldi, o diventerò come la zia Rosina e morirò circondata da denaro mai speso. Che non potrò portare nell'aldilà. Io le ho spiegato che non è una questione di tirchieria, è che c'è la crisi. E sì che non avevo nemmeno visto studio aperto in mattinata, intenta nella burocrazia crudele dell'università. Meglio una cosa buona che cinque scadenti mi ha fatta acconsentire. Ho pensato al buco della mia giacca blu. Oltre ad essere sobria non era nemmeno buonissima. Così entro e sono avvolta da miriadi di colori e vestitini e canottiere senza schiena e maglie senza manche e maglioni senza spalla e capi con una spalla sola, pantaloni senza tasche e tascapantaloni. DI fronte a me domina incontrastato un giganterrimo hello kitti. Andiamo via, qui è adolescenziale. E la commessa, ma no sei giovane. Fatti i cazzi tuoi commessa. Anche le donne di quarant'anni portano le tshirt con bettyboop. Certo, le conosco quelle quarantenni lì io, mollano il marito senza motivo da un giorno all'altro e riprendono ad andare a ballare coi sedicenni. Però quel negozio ha una marca che mi piace molto ma che non posso dire, perchè non so esattamente come si scriva. Comunque a me servono un paio di pantaloni di cotone, una giacca, una felpa. Direi basta, io sono poco esigente. I pantaloni non salgono. Nessun paio. Sono strettissimi. Tutti. E io ho la quarantadue miseria tira fuori la mia taglia non truccata, non farmi sentire un ippopotamo. Anche la felpa insomma, io ho le braccia lunghe, le mani lunghe, il busto lungo, io sono una persona piuttosto lunga e non molto coordinata a dirla tutta. Delle ragazzine vuitton mi guardano stralunate mentre tento di allacciarmi una felpa psichedelica. Ma non avete un paio di pantaloni normali? Tipo taglio jeans. Normali, no attaccati al culo in questo modo impietoso, non cuciti sulle cosce. Normali. Così mi dice, ma certo. Me li dà, li provo, sono perfetti, sono i miei, sono una quarantadue. Ma sono rossi come il papillon di orso haribo qua di fianco. Sono uscita dal negozio con un paio di pantaloni che potrò mettere solo il venticinque aprile, una felpa bianca a tratti verde fluorescente con tre nani sulla schiena vestiti rispettivamnte da batman, grande puffo e non so più che. Me li dovrò far durare almeno cinque anni. |








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