Viaggio distruzione 04/14/2008
Ho comprato il mio primo pacchetto di sigarette in gita, in quarta superiore. Noi facevamo le gite a settembre, non ad aprile o a maggio come tutti gli studenti del mondo. Non ho mai capito come mai. Ma so che partivamo proprio all'inizio di settembre, ci mangiavano pure dei giorni di vacanza. Altro che gita, truffa. A Parigi ci hanno portati a cena in un posto di indiani, con caraffe di acquaragia e patate al vapore, in cui ad un certo punto è spuntato un topo, seminando il panico. Io avevo detto di aver visto passare un topo, ma non mi aveva creduto nessuno. Be, era un topo, mica una tigre del bengala, si poteva pure essere un po' più diplomatici. Quella di biologia, la prof di un'altra sezione, si è alzata e con un vassoio, mi pare, l'ha colpito riducendolo in poltiglia. Poi gli ha fatto una foto. Anzi, l'ha fatta fare a quello di storia dell'arte. Lodovico, Lodovico, fai la foto. E il roditore fu immortalato per sempre in una digitale kodak, cadavere, per di più perito di morte violentissima. A quel punto l'appetito era passato a tutti, anche perchè dopo l'omicidio ci hanno portato delle fette di formaggio coi buchi. Che è un po' l'emblema del topo, come il gomitolo per il gatto, la squadra per il geometra, il bambino per il pedofilo. Comunque non ho comprato a Parigi il mio primo pacchetto di sigaretta, bensì durante la gita dell'anno prima, in un paese della mala campana, di nome Piana di Sorrento. Che è un posto che tutti vorrebbero visitare. Dovevamo starci solo per dormire e invece abbiamo passato là interminabili serate, nell'unico bar esistente, che serviva vodka calda, ma di gusti diversi. Io l'ho presa alla banana, ma sapeva di vov. Il tutto perchè l'autista non aveva voglia i guidare la sera, per quei tornanti. Come biasimarlo, oltretutto. Dovrebbero far scegliere agli autisti del pullman le mete delle gite, si soffrirebbe meno tutti. Per esempio, quello di parigi si è divertito, ha portato anche i rollerblades, schettinava per Belleville tutta la mattina. Il mio primo pacchetto di sigarette sono state Merit. Non so come mai, mi sembrava il nome meno imbarazzante da pronunciare al tabaccaio. Un tabaccaio dall'aria veramente incazzata, tra l'altro. Comunque non sapevo fumare, non mandavo giù il fumo. Quello l'ho imparato a Parigi. In gita si imparano un sacco di cose. L'ho imparato all'autogrill, Gianna mi ha detto che non inspiravo e mi ha fatto vedere. Dovrebbero fare una cinquantina di gite l'anno. Ci si diplomerebbe in mezz'ora. La felicità ha già perso il suo accento 04/13/2008
Ciao. Vorrei immortalare questo momento con un post. Da circa quaranta minuti sono tranquilla, penso che vada scritto. Sono le ventuno e diciannove del tredici aprile duemilaeotto, i seggi chiudono alle ventidue. Forse anche questo fatto mi dà tranquillità. E' strano andare a votare, ci sono sempre, fanno orario continuato. Fosse così anche per i negozi di caramelle sarebbe un mondo migliore. Questa calma è come la troppa adrenalina, chimica. Le mie emozioni non possono essere altro che qualche disfunzione chimica, qualche nonbilanciamento di valori, non so. Volete che vi racconti come ho scoperto di essere bipolare? No, è noioso. E io sono tranquilla. Prima ho visto la fotografia di un muro, e ho pensato che appena dò l'esame mi faccio due passi a Brera, per conto mio. Non bazzico mai in quella zona. Ormai non bazzico più da nessuna parte. Che cazzo c'è a Brera? L'accademia. Non ci sono mai stata, a vedere la pinacoteca. magari ci passo. Non so manco da dove si entri. Che mi frega. Ho voglia di stare per conto mio, e passare in quella via che porta al Piccolo e che verso la fine ha un negozio di maschere e scarpe di clown. Mi piace guardare la vetrina, e poi è un luogo molto losco. Anche dentro, tutti questi mostri appesi, e anche i proprietari sembrano mostri. Non me ne vogliano qualora stessero leggendo. Anzi, grazie di avermi venduto un fischietto da pagliaccio che nemmeno funziona. Io volevo quello che cinguetta, non quello che squittisce. Dio solo sa che differenza c'è tra un ratto e un merlo. E io stasera mi sento infinitamente merlo. I merli entrano nei vasi e ti buttano fuori la terra, di proposito. Sono tanto eleganti, e la mia amica fff li chiama tutti Michele. Mi piacerebbe che qualcuno entrasse nella mia testa, per fare un giro. Se potessi vi inviterei, passereste momenti indimenticabili, sul serio. Meglio di qualunque sostanza proibita. Se poteste entrarmi dalle orecchie vi farei felici senza bisogno di darvi appuntamento al parchetto. Come sarebbe se fosse sempre così? Mi stancherei di essere felice? La felicità più consapevole è sempre quella immotivata. A me nessuno ha mai chiesto se fossi felice. Invece io lo chiedo, qualche volta, alle persone. Sei felice? Si imbarazzano, le comprendo. Che razza di domanda, con tutte quelle che ci sono, in effetti. Così indiscreta e sempre e comunque inopportuna. Le persone non sono quasi mai felici. Del resto perchè dovrebbero. Tra poco anche a me passerà, e tornerò com'era prima, com'era ieri, com'era un anno fa. Se è vero che si vive una volta sola, speriamo. La notte degli imbrogli e dei sotterfugi 04/10/2008
C'è un punto, più o meno all'inizio dei promessi sposi, in cui don Abbondio si sveglia la mattina, sereno come quando si torna dal sonno, e poi, un pensiero, gli piomba addosso come un masso da una tonnellata. E sclera. Ora, non mi ricordo se il passo sia immediatamente successivo all'incontro coi bravi che gli dicono che il matrimonio non s'ha da fare, oppure dopo la notte in cui Renzo e Lucia tentano di sposarsi ingannandolo. Probabilmente la seconda. Vorrei esprimere due riflessioni. La prima è che il sonno è vecchio quanto il mondo. E ci sono tre tipi di risveglio, secondo me. Quello traumatico alla don abbondio, quando il sonno ci ristora, ma i problemi sono lì ad aspettarci con la sveglia; quello totalmente felice che capiterà sì e no una volta l'anno; quell'altro. Quell'altro è quello che mi capita più di frequente, ed è un risveglio liberatorio e opprimente allo stesso tempo. E' quello che segue certi grandi sogni, che sembrano veri, belli o brutti che possano esserci capitati. Io mi sono accorta di sognare quello che nella veglia mi sforzo di ignorare. La dimensione onirica diventa, per assurdo (o forse nemmeno troppo), il mio fare i conti con la realtà. Per questo raramente ho pace, perchè se me le racconto di giorno, di notte me le vedo così come sono, e la mattina sono pronta per soffocare tutto quello che mi si ripresenterà quindici ore dopo. Nei miei sogni spesso sono davvero molto felice, tanto che posso affermare che non siano finzione. Probabilmente di notte vado davvero da qualche altra parte. Mi piacerebbe chiedere, alle persone che incontro nei miei sogni ,se anche loro sono stati con me, quella notte,oppure in compagnia di altri, di quelli che come me, ignorano quando prendono il tram o fanno colazione, quando sono con la moglie o al lavoro. Però non lo chiedo, tengo per me questo mistero che mi fa venire voglia di addormentarmi presto, tengo per me quello che ne consegue. Il sonno è mio. Si può vivere credendo che i sogni siano realtà? Io ci riesco. Ma sarà giusto per me? E per gli altri? Di sicuro non faccio nulla di male. Quando prendo il treno delle sette, qualche volta i sogni mi accompagnano un po'. Generalmente non oltre Pioltello. E così li lascio lì, torneranno indietro da soli, visto che la strada la conoscono di sicuro. Da Pioltello guardo quello che dorme sbavando di fronte a me e mi viene il pensiero folle che il mondo, quel giorno, abbia bisogno anche del mio contributo. Nei sogni sento quello che provano gli altri, senza chiedere niente. Purtroppo, a volte, anche nella realtà. La seconda riflessione è che bisognerebbe smetterla di storcere il naso quando si nominano i Promessi sposi. A me piacciono tanto, soprattutto quando Renzo è a Milano ai forni di Cordusio a fare la lotta per il pane. Lì adesso c'è lo store della Levi's. Toto Cutugno non capisce un cazzo 04/09/2008
Sento, da un po' di tempo, una serie di persone affermare che presto se ne andranno o che se ne vogliono andare, o che desiderebbero andarsene. Vorrei vederci più chiaro. Credo che l'andare via da qualcosa e da qualcuno sia un istinto, una pulsione, come la fame o sbadigliare. Io a quattordici anni e mezzo, perchè mi ricordo il mese, volevo scappare e andare a vivere a Londra. E dire che a Londra non ci ero mai stata. Non avevo nemmeno idea di cosa avrei trovato, a Londra, ma volevo andare lì, punto. E vivere per strada insieme a tutti gli altri che vivono per la strada. Pensandoci bene, come avrei fatto? Sono cagionevole, asmatica e allergica. Mi immaginate che rovisto nella spazzatura e guardo le etichette delle confezioni? No questa no c'è la lecitina di soia, no questo no contiene frutta secca, oh oh tracce di albicocche, residuo di zuppa di fagioli. Cristo. Che incoscienza, quei quattordici anni e mezzo. Molti ragazzi se ne vogliono andare. Rispondono tutti che l'Italia fa schifo e l'unica è andare via. Il fatto è che poi non se ne va quasi mai nessuno. Ogni tanto ci penso: se mi obbligassero ad andare via dove andrei? Io credo in qualche terzomondo come il nostro, che ne so, Malta, la Grecia. Se uno nasce così non è che deve vergognarsi. Se uno nasce tarro dentro, ci muore. Anche in spagna sono tarri, non ce n'è. Anche se hanno i pacs, sono tarri. Anche se hanno sfanculato il papa. Quando sono stata in Germania ho sofferto molto. Quelle piste ciclabili coi semafori mi davano sconforto. Molto. Anche quelle biciclette velocissime e tecnologiche, che frenavano girando al contrario i pedali. Mi sono molto intristita. Poi, a Copenaghen, ho raggiunto il massimo grado di depressione, davanti a quel museo del guinnes dei primati. Ma che razza di museo è un museo di gente alta o bassissima, o che porta il settantuno di scarpa, o che ha cucinato un unico spaghetto lungo quattro chilometri? Credo che mi piaccia fare le file per poi vedermi chiudere in faccia lo sportello della segreteria, e che mi faccia piacere viaggiare senza biglietto. Amo sgomitare violentemente in metropolitana e mi piacciono i litigi per i parcheggi. Mi piace che ci lamentiamo di continuo e mandiamo affanculo quelle che ci chiamano per le offerte teledue. Mi piace che incastrano le vecchie obbligandole a comprare venticinque volumi su padre pio. Mi piace la gente che fa finta di essere il controllore del gas e ruba la pensione. C'è qualcosa in me di fortemente scorretto. Istintivo come la fame, lo sbadiglio, la voglia di andare via. Mi domando cosa sia ma non ottengo nessuna risposta. Ha ragione il Walter, noi potremmo essere un grande paese. Dovremmo solo diventare più furbi. Un mio amico a ottobre ha detto, me ne vado in erasmus, perchè l'Italia fa schifo. Poteva scegliere tre mete differenti e ne ha richiesta una fuori programma, che gli stata approvata. Le Canarie. Lui è un piccolo grande italiano. 00.57 04/08/2008
![]() La speranza di pure rivederti pathos 04/03/2008
Oggi ho molta nostalgia. Per questo sono felice. Non ho mai avuto nostalgia di niente fino ad ora. Da qualche tempo, certe sere, mi viene come un calore allo stomaco, ma umido, come se mi gocciolasse, come se si sciogliesse. E allora rimpiango. Rimpiango quello che odiavo ai tempi in cui non rimpiangevo ancora. Mi mancano. Mi mancano le due ore di tempo del tema in classe, mi manca l'odore delle prime sigarette sui vestiti, mi manca il cinema di quando aveva solo due sale. Mi manca leggere di nascosto sotto il banco, mi manca l'odore del gesso caduto sulla predella alle elementari, mi manca il sapore della pastiglietta al fluoro che sapeva di piscio. Mi mancano le mani delle suore all'asilo che sapevano sempre di arancia, mi manca mio padre che mi tiene il sellino quando vado in bici senza rotelle. Mi manca chiamare le persone a casa loro, nelle ore in cui si poteva chiamare a casa e dire pronto sono sara c'è Andrea per favore? Salve, grazie. Mi manca mia madre che mi dice di staccare perchè sto parlando da un'ora e mezza. Mi manca quel sottile terrore di prendere la bolletta telecom dalla posta. Mi manca non avere un computer, un cellulare. Mi manca tornare a casa massimo alle undici. Mi mancano tantissimi giocattoli, come quello di plastica con i due bottoni e dentro l'acqua. Avevo quello con la rana. Mi manca scrivere certe storie, quando non mi rendevo conto che stavo scrivendo delle storie. Mi mancano da morire i bignami e il manomixstoria, che era un minuscolo manuale grande come il palmo di una mano, pregno di novecento. Che poi all'esame la domanda era su una cosa che nemmeno c'era, e ho preso cinque. Mi mancano quei disperati e ridicoli tentativi di apparire diversi dalla massa con una maglietta. Mi manca tutto quello che mi sarebbe piaciuto accadesse, chissà cosa poi. Ma mi sembra non si sia avverato nulla. e poi mi manca. Non lo so esattamente. Mi manca non sentirmi in colpa. Mi manchi tu che chissà dove cazzo sei. forse dov'eri prima Pessimismo e fastidio 04/01/2008
Non gradiamo affatto che qualcuno ci chieda cosa faremo da grandi. Noi di lettere, almeno. Nel rispondere, all'inizio, si tenta di temporeggiare, improvvisando cosmogonie o intrattenendo l'interlocutore con un'improbabile osservazione riguardo le condizioni climatiche del mese e di come i maglioni di cotone non si trovino più perchè, buon dio, si passa dalla lana alla t-shirt. Certe domande non andrebbero nemmeno poste. A nessuno. Comunque ciascuno sa cosa vorrà fare da grande, è che ha paura a dirlo. La nostra società non ammette risposte che non riesce a decifrare. Probabilmente anche la società del Mali o dell'alaska. Ma io lo so, cosa voglio fare da grande, e anche i miei amici lo sanno. Solo che non osano parlarne. E nemmeno tra di noi ne parliamo. C'è una sorta di autocensura riguardante il futuro. Il futuro è chiarissimo in molte delle nostre teste in verità. Vuoi fare il giornalista? Come fai a dirlo, arrivi a gior e sono già pronti a consegnarti un apocalittico disegno sulla condizione dei giornalisti ora, e del fatto che il giornalismo non esista nemmeno più, che è giornalismo questo di oggi? E poi fai la fame, e lavori gratis, e non ti assumono mai, e devi fare due anni in una redazione e pagare perchè ti pubblichino gli articoli, e se no c'è il master a numero chiuso, poi l'esame di stato e poi? Non è da escludere che chi ti risponda così sia un giornalista, anche con una discreta carriera. All'università ci sono corsi di giornalismo, di editoria, di pubblicità. Ma la prima cosa che dicono è che probabilmente nessuno di noi riuscirà mai a diventare giornalista, editore, pubblicitario. Ma qualcuno di noi ha forse detto di voler scrivere sul Corriere? O sul Washington post? Esiste, oltretutto? No, nessuno l'ha detto. Magari la massima aspirazione di Guido è parlare della Milena basket sul popolo cattolico o scrivere di feste dell'unità sulla gazzetta della martesana. Comunque rispondere di volere lavorare in banca è un jolly, prendono anche laureati in filosofia. Io infatti rispondo così, così mi lasciano in pace. Io lavorerò in banca. Anzi, ne aprirò una mia. Una banca per soli giornalisti. Che problema c'è se uno vuol fare il copywriter? Esistono, non è che sono ciclopi o ippogrifi. E gli editori? Pure. Ma che problema c'è se uno vuole fare l'editore? Se ce la fa, che ce la faccia. Tutto questo per dire che quando qualcuno non sa proprio cosa chiedere, come stai è più che sufficiente. |









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