Un macello. 08/11/2008
L'ultima volta che sono stata a Lambrate, in piazzale Bottini c'era un buco, lì, attaccato alla stazione. Così mi sono chiesta cosa ci fosse in quel punto prima del niente e non me lo ricordo. Forse qualche lurido chiosco, o qualche bancarella cinese, forse una casa, che ne so. Forse un parcheggio per biciclette già allora invisibile e recintato. Non lo so, so solo che sono anni che passo di lì e non mi ricordo cosa ci fosse. Capita spesso di percorrere la stessa strada e di non vedere quasi nulla, è perchè si pensa ad altro, che tanto lì ci passeremo domani e tutti i giorni. Invece quando si passeggia per un posto mai visto e in cui forse non si ripasserà a breve teniamo sempre gli occhi spalancati, come se facendo il contrario perdessimo qualcosa di fondamentale. Chissà com'è perdersi nei propri pensieri in un posto in cui non si tornerà mai più. Attraversando il piazzale mi è salita una specie di malinconia, mista a stupore, mista a tristezza, mista insomma. Un cocktail micidiale di emozioni contrastanti in pochi secondi. Cose che segnano, soprattutto a chi non capitano quasi mai. Tipo a me, che non provo malinconia. Ma quando la provo sento una dolcissima amarezza, e mi si perdoni l'ossimoro alla harmony, chiaro. Tuttavia è proprio, esattamente, quello che mi capita nello stomaco. Penso che tra qualche mese finirò definitivamente l'unversità, e che da quella stazione molto probabilmente ci passerò ancora, ma in modo diverso. E così ripenso a tutte le volte in cui ho corso a perdifiato per prendere un treno che tornasse nella mia provincia, o tutte le mattine in cui ho snobbato l'armeria Buzzini, che pure vende cose tanto interessanti, tipo balestre di ultimissima generazione. E anche se sono scesa più spesso in centrale, io ho sempre amato Lambrate, perchè mi ricorda più i miei ambienti, perchè non mi opprime con tutto quel marmo inutile che sembra debba rovinarti addosso da un momento all'altro. E quei cazzo di leoni. E quel piazzale tremendo in cui tutti hanno qualcosa di strano, anche te che ci passi. Non so, mi viene il rimpianto di qualcosa di indefinito, eppure mi ricordo le noie dei treni in ritardo, del freddo delle attese, le macchinette che rubano gli euro. Ma è come se non ci fosse stato niente, è come se volessi che ricominciasse tutto da quando mi sono iscritta in università, per vedere se a riviverlo è bello uguale, o di più, o di meno. E certe volte mi sento quasi troppo giovane, vedendo certi esemplari parcheggiati sui libri per anni, e qualche volte invece quasi vecchia, perchè magari è venuto il momento di smetterla con questi libri su cui sono parcheggiata da anni. Gli anni dell'università sono stati una specie di regalo, se io potessi fare un regalo regalerei questa cosa degli anni dell'università. Anche se ci si sente molto soli dentro quelle quattro mura di stronzi che si credono grandi maestri, credo ne valga la pena. Credo che l'università in sè sia piuttosto un pretesto per evolversi un poco, se la si capisce, per stare da soli, per occupare tutto quel tempo come si preferisce, per girare con il proprio abbonamento e vedere cosa c'è qui, oppure là dietro. Per me è stato così, sono stati cinque anni o quasi di esplorazione, per cui lo studio, le aule, i dipartimenti sono stati soltanto una grigia ed inutile scusa. E anche quella gente, così tanta e sempre la stessa. E niente, provo molto affetto per questa mia malinconia e ci gioco ancora un paio d'ore, poi la mando via. Che tanto quando vuole torna lei. Commentsmizz Tue, 26 Aug 2008 07:34:52 e poi dopo i 35 anni si rimpiangono i tempi dell'università. che sia genetico? Vale Fri, 03 Oct 2008 03:50:25 mi emoziono leggendo questo post. 'spetta che lo leggo un'altra volta Leave a Reply |








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