
Istanbul, settembre 2008.
Due ragazze ci precedono. Passeggiano, come noi, nel pomeriggio tiepido, fra file di ambulanti che vendono dolci, mandorle caramellate e ciambelle. Proprio alle spalle della Moschea Blu e a poca distanza da Santa Sofia, nel cuore storico della città vecchia dove i culti e i simboli si incrociano e si mescolano. Hanno il passo rapido e danzante delle ragazze di ogni luogo, vestono abiti di buon taglio e di morbido tessuto. Lasciano oscillare borse alla moda e si tengono per mano.
Entrambe, a capo coperto.
Ne abbiamo viste altre, ne abbiamo viste molte. Gruppi di donne con i loro fazzoletti coloratissimi. Anche meno eleganti, anche meno giovani, anche meno, presumibilmente, ricche.
Intere schiere di capi coperti e volti sorridenti e bocche inarrestabili di cicalecci e risate. Tutte attente a conservarsi insieme, a mantenere il passo e l integrità di quel piccolo, gioioso drappello.
Difficile, almeno per me, conciliare il senso oppressivo del velo - controllo e mortificazione del corpo delle donne - con ciò che i miei sensi coglievano, e cioè una sorta di rappresentazione spontanea – visibile ed udibile - di gioia, pudore, gusto e sorellanza.
Quell immagine, che mi è rimasta in mente e sul computer, ha dunque avuto la forza di spingermi oltre il limite angusto del pregiudizio, del verdetto frettoloso che schiva sfumature e riflessioni per aggrapparsi saldamente ad un buono/cattivo, ad un accettabile/inaccettabile troppo rapidamente confezionati.
Ho sentito di dover pensare ancora. Di dover capire ancora. Di dover ancora trovare il nocciolo vero della questione. Strappare il velo è di per sé emancipazione? E se non fosse quello il punto?
Hanno le donne la possibilità di sentirsi insieme e coinvolte nel medesimo percorso di liberazione e di costruzione di un altro possibile mondo, ad occidente come ad oriente?
Per fortunata coincidenza, anche Micromega, nel suo ultimo numero, si pone analoga domanda.
Con due contributi. Di segno differente.
Li propongo a chi sta leggendo. Con dichiaratissima speranza di trovar commenti
Cuorerosso
Il velo islamico e i valori della sinistra
A Venezia una donna col volto coperto dal niqab non ha potuto visitare un museo. Si è subito gridato all’intolleranza. Ma una cultura laica, progressista, di sinistra può accettare che quel poco di libertà individuale ed emancipazione femminile faticosamente conquistato venga messo in discussione in nome di un fondamentalismo religioso denigratorio nei confronti della donna?
di Cinzia Sciuto, da MicroMega 5/08, in edicola
Il primo passo per la messa in discussione dei princìpi democratici e di civile convivenza è la previsione di eccezioni alle regole. Si inizia con l’eccezione dettata dal «buon senso» (di chi?) e la deriva è imprevedibile. Raramente in Italia leggi e regolamenti sono così chiari e inequivocabili come il regolamento dei Musei civici veneziani, che recita: «Per il decoro delle sedi e il rispetto dei visitatori, non è consentito accedere ai musei in abbigliamento balneare o succinto; non è inoltre consentito l’accesso a viso coperto». Dunque: non posso entrare al museo in costume da bagno né con una vertiginosa minigonna e un top striminzito. Né con il viso coperto. Così come altrettanto chiara è la legge che vieta di frequentare luoghi pubblici (ergo: qualunque posto che non sia casa mia) con il volto coperto. Qualunque sia la ragione. Lo scorso agosto al museo di Ca’ Rezzonico a Venezia si presenta – accompagnata dal marito – una donna con il niqab, che è un tipo di velo che lascia scoperti solo gli occhi. La signora rientrava perfettamente nel divieto e pertanto uno dei custodi del museo, applicando il regolamento, l’ha invitata a uscire. Discriminazione? Razzismo? Islamofobia? La ragione soggettiva della guardia ci interessa ben poco, ma il suo intervento ci pare semplicemente ineccepibile.
Se la legge è uguale per tutti, infatti, non si vede davvero per quale ragione la signora col volto coperto dal niqab dovrebbe godere del privilegio dell’eccezione. La fede religiosa della donna di fronte alle leggi dello Stato vale (deve valere) esattamente quanto qualunque altra credenza soggettiva. In Africa ci sono molte tribù in cui la nudità non è un tabù, ma la normalità, e le donne usano andare in giro a seno scoperto. Cosa farebbe il direttore del museo – che si è subito affrettato a scusarsi con la signora e a redarguire il custode – di fronte a una donna africana che pretendesse di entrare a seno nudo? Si appellerebbe di certo rigorosamente – e giustamente – al regolamento e taccerebbe quell’abbigliamento come «succinto», nonostante nella cultura di quella donna il seno scoperto non abbia nulla di sconveniente o indecoroso. Per quanto la nostra simpatia di donna vada all’africana tette al vento, non avremmo nulla da biasimare in un simile comportamento del direttore del museo. Le regole sono regole. E qual è la differenza con il caso della donna interamente velata? Non ci verrà a dire – il nostro direttore – che la credenza della donna africana vale meno di quella della donna musulmana. O sì?
Una differenza, a dire il vero, c’è. Nel caso di Ca’ Rezzonico, infatti, non c’è in gioco il semplice rispetto delle regole (che già in questo paese sarebbe tanto). Si dice: le leggi e le regole devono stare al passo con i tempi, devono recepire la complessità della società in continua evoluzione, accogliere le istanze che altre culture, fino a qualche decennio fa a noi completamente estranee, pongono. Bene, ma a che prezzo? E soprattutto: in che direzione? Non va taciuto, infatti, come invece vorrebbe una malintesa political correctness, l’aspetto centrale della vicenda: checché ne blateri un certo multiculturalismo di moda anche (e forse soprattutto) a sinistra, il velo che copre il volto è un chiaro segno di sottomissione della donna. A prescindere da qualunque giustificazione religiosa, storica, culturale. E a prescindere dalla eventuale «libera» adesione della donna in questione, che non cambierebbe neanche di una virgola il significato simbolico associato al velo, e in generale a tutte le ferree indicazioni sull’abbigliamento femminile presenti in molte tradizioni religiose, non solo quella islamica. Semplifico: il corpo della donna, diabolica tentazione per l’uomo, va coperto agli occhi indiscreti del maschio estraneo; solo il marito ha il diritto di godere della vista dell’oggetto tentatore. Mai che un precetto religioso imponga all’uomo di abbassare quello sguardo impertinente: sia la donna a coprirsi! Può essere comprensibile quindi che il velo possa talvolta trasformarsi in un alleato della donna e farla addirittura sentire «libera». Questa «liberazione» l’ha provata anche Naomi Wolf, storica femminista statunitense, autrice di Il mito della bellezza, in cui denuncia come la bellezza a tutti i costi sia diventata la nuova forma di sottomissione e controllo sociale della donna nella cultura occidentale. «Un giorno in Marocco», racconta Wolf in un articolo tradotto sulla Stampa qualche settimana fa, «ho messo un shalwar kameez [un abito con pantaloni e casacca lunga] e un velo per andare al bazar. Una parte del calore che ho trovato era probabilmente dovuto alla novità di vedere una donna occidentale vestita così, ma mentre giravo per il mercato – la curva del seno coperta, la forma delle gambe oscurata, i lunghi capelli che non svolazzano intorno al viso – ho provato un insolito senso di calma e serenità. Mi sono sentita, in un certo modo, libera». Ma di che tipo di libertà stiamo parlando? Una libertà condizionata: mi sento libera a condizione di coprire il mio corpo, e negarlo alla sguardo degli uomini. È – se ce ne fosse bisogno – la conferma del significato di sottomissione del velo, e in generale di qualunque precetto che mortifica il corpo femminile, imponendo alla donna di coprirlo, nasconderlo, comportarsi come se fosse asessuata, immateriale, incorporea, se vuole sentirsi libera. E il fatto che nella cultura occidentale le donne non sono libere di invecchiare, sono diventate schiave della bellezza a tutti i costi e della eterna giovinezza e spesso non sono rispettate come donne e come madri – come Naomi Wolf ci insegna – significa semplicemente che molta strada c’è ancora da fare anche da noi. Ma guardando avanti, e non certo rassegnandosi a tornare indietro.
Insomma, per tornare all’episodio da cui siamo partiti, può il nostro paese accettare che quel poco di libertà individuale ed emancipazione femminile faticosamente conquistato venga messo in discussione in nome di un fondamentalismo religioso denigratorio nei confronti della donna? Un fondamentalismo peraltro non troppo lontano da quello che combattiamo quotidianamente in casa nostra (e che sempre sul corpo delle donne si esercita volentieri)?
Pare poi, così raccontano le cronache, che la signora in questione appartenesse a una famiglia piuttosto benestante: testimoni raccontano che il marito e la figlia erano vestiti «in maniera impeccabile, all’occidentale» e che persino il tessuto dell’abito della signora, velo compreso, fosse «raffinato e costoso». Insomma il ritratto è quello di una famiglia musulmana altolocata e di cultura medio-alta, visto che in pieno agosto al posto di andare al mare – magari proprio perché la signora non potrebbe mettersi comodamente in costume da bagno? – aveva deciso di visitare un museo. Verrebbe da dire: embè? Forse che la sottomissione è più accettabile se circondata da sete di lusso e arazzi del Settecento? Così sembrerebbe pensare Luigi Manconi, che in un surreale articolo uscito domenica 7 settembre sull’Unità (e che si proponeva addirittura come «promemoria per la sinistra») sottolinea che «mentre una parte non irrilevante delle donne italiane passa la sua estate seminuda e in sandaloni, unta di creme e olii e odorante di cocco e maracuja, sotto un’ombrellone [scritto proprio così, con l’apostrofo], quella strana figura avvolta da un lenzuolo nero, voleva farsi un giro tra le sale di un museo». Le cose sono complicate, sentenzia Manconi: quel che sembra emancipazione non sempre lo è (e questo non ce lo deve venire a insegnare Manconi, preferiamo leggere Naomi Wolf) e quel che sembra sottomissione può invece rivelarsi addirittura raffinatezza culturale, avvolta da un «lenzuolo nero». Che le cose siano complicate è un’ovvietà. E quindi, per esempio, è ovvio che il burqa non è la stessa cosa di un semplice foulard sulla testa. Così come un vestito – per quanto degradante e umiliante, come il burqa – non è equivalente alla lapidazione delle adultere. Essere consapevoli della complessità è utile per affrontare ciascun argomento in maniera proporzionata. Ma la retorica della complessità non può servire da paraocchi per non vedere, al fondo, che si tratta pur sempre di simboli di sottomissione della donna, che una cultura laica, progressista, di sinistra – il cui faro deve essere l’emancipazione degli individui e non la difesa identitaria delle culture – deve rifiutare.
(20 ottobre 2008)
La libertà non sia un obbligo
di Mariella Gramaglia
Mi esporrò subito alla critica di cerchiobottismo e subalternità alla retorica della complessità dicendo, che nel caso della signora in niqab di Ca’ Rezzonico, si sono comportati bene sia il custode che il dirigente. Il primo, nel non accoglierla a visitare il museo, ha fatto rispettare le regole così come sono, secondo il suo ruolo e i suoi compiti. Il secondo ha saggiamente esercitato la flessibilità, interpretando il regolamento. Un regolamento, sicuramente varato prima della grande immigrazione islamica nei nostri paesi, che impone di non entrare nelle sale “a volto coperto”, non certo per far scudo all’emancipazione femminile, ma piuttosto alle opere esposte e al loro valore, in modo da tutelarle da ladri e vandali.
Già, ma proprio la sicurezza – si obietterà – non è cosa su cui scherzare. Chiunque viaggi sulle rotte dell’Asia sa che è la legittima ossessione del personale di ogni grande aeroporto internazionale. Eppure è perfettamente conciliabile con chador, niqab e persino burqa, come mi è accaduto di vedere almeno una volta. Personale femminile controlla la corrispondenza fra viso e documento in una cabina protetta dagli sguardi maschili e le tecnologie della rilevazione dei metalli e degli altri materiali rischiosi fanno il resto. Le transumanze globali delle donne dell’islam, turiste o migranti che siano, sono una realtà che si calcola in milioni; difficile che Ca’ Rezzonico non ne venisse o prima o poi sfiorata.
Ma la misteriosa signora di Ca’ Rezzonico passa e va, non ci pone davvero un problema di valori, di conciliazione, di relazione fra culture. O meglio, la signora è un enunciato. Enuncia che per lei (non sappiamo se per spontanea convinzione o imposizione) coprirsi è un regola e una fede. A cui non può rinunciare. Diversamente da noi che possiamo tranquillamente calibrare bikini e gonne lunghe a seconda delle circostanze, oppure dalla stessa donna africana citata da Sciuto, che non avrebbe nessun problema a coprirsi il seno per andare a cantare nel coro della missione così come, se il caso volesse, per visitare un museo veneziano.
Diverso è quando l’ospite smette di essere tale, resta, aspira a diventare cittadina, oppure noi ospitanti tentiamo di adoperarci per “integrarla”. E’ qui che comincia la tenzone ideologica contemporanea, fra “multiculturalismo” e omogeneità “monocromatica” dei valori di una società.
Io credo che lungo questa frontiera ci sia una fortezza potente che non consentirei a nessuna indulgenza “multiculturalista” di abbattere: l’inviolabilità del corpo femminile. Escissione, infibulazione, matrimoni forzati, matrimoni di bambine, applicazione alle donne ribelli di sentenze private di clan maschili, vanno puniti secondo il nostro ordinamento e non possono avere alcun diritto di cittadinanza nei nostri paesi. In ognuno di questi casi sul corpo di una donna avviene, violentemente, qualcosa di irreversibile e di irreparabile.
Quanto al resto, a ciò che è reversibile e che può essere da alcune anche considerato una libera scelta, tenderei a un comportamento assolutamente empirico. Assumerei la libertà femminile – per giunta inevitabilmente la libertà femminile così come noi la conosciamo e la pratichiamo – non come un obbligo, ma come un principio regolativo. Un principio regolativo che, nelle mie speranze, possa rappresentare anche una fascinazione e un orizzonte di senso per le ragazze musulmane.
Cosa ci preme? Che le ragazze dell’islam studino, vadano a scuola, non restino a casa fare le serve ai fratelli? Oppure che la laicità delle scuole europee non sia macchiata dai segni delle devozioni e dei comunitarismi? Io, quando venne approvata la legge francese sulla proibizione del velo a scuola (insieme agli altri simboli religiosi), reagii alla maniera di Don Milani, quando parlava dei suoi ragazzi di Barbiana e della loro esclusione: “la scuola è sempre meglio della merda”. Meglio aprirla quella porta, come che sia: imparare, sapere, e poi magari lasciare cadere il chador da sole, piuttosto che rimanere fuori al buio.
Per queste ragioni, dovendo scegliere d’istinto, ho sempre preferito il modello liberal anglosassone che, sia in Inghilterra che in America, cerca la sintesi nazionale senza negare le radici comunitarie, all’idea francese della republique d’abord. E tuttavia, ormai a qualche anno dall’approvazione di quella legge, qualche ricerca sul campo non guasterebbe. Quali sono i modelli educativi di maggior successo per garantire dignità e autonomia dalla famiglia alle ragazze musulmane? Mi adeguerei senza esitazioni al modello che risponde di più al mio principio regolativo, anche se fosse quello che ideologicamente mi convince di meno. Sì, perché – non me ne voglia Cinzia Sciuto – il problema è terribilmente complesso.
(20 ottobre 2008)