La pagina di Cuorerosso e Pittì

Giustizia 07/29/2008
 

Due articoli recenti tanto per provare a vedere se ancora certi principi hanno un senso e se queste benedette riforme non rischino di scipparci qualcosa, la libertà per dire.

Da La Stampa

29/7/2008

Lasciamo Eluana al giudice

MICHELE AINIS

C’è un altro fronte di guerra tra politica e giustizia. Un fronte silenzioso, senza il rumor di sciabole che ha accompagnato il lodo Alfano; ma questa volta è in gioco la sopravvivenza stessa dell’esercito nemico. Oggi l’aula del Senato deciderà se aprire un conflitto tra poteri contro la Cassazione, dopo la sentenza che nell’ottobre scorso autorizzò lo stop all’alimentazione per Eluana Englaro, in coma ormai da sedici anni; e tutto lascia credere che quest’iniziativa senza precedenti otterrà il proprio battesimo ufficiale. Perché l’iniziativa è stata caldeggiata dal presidente del Senato, nonché dal presidente del Consiglio. Perché la commissione Affari costituzionali ha già acceso il verde del semaforo, accusando i giudici d’essersi sostituiti al Parlamento. E perché infine soffia un vento da resa dei conti, la voglia di mettere un cerotto in bocca alla «bocca della legge», come a suo tempo Montesquieu definiva il potere giudiziario.

Il caso Eluana, d’altronde, non è che l’ultimo grano del rosario. In maggio un giudice di Modena rese una decisione analoga nei confronti di Vincenza, attraverso un’interpretazione innovativa della legge n. 6 del 2004. Qualche anno prima, nel 2002, un altro collegio giudicante assolse l’ingegner Forzatti, che aveva staccato il respiratore da cui la moglie traeva un’esistenza artificiale. Allora come oggi, il nostro diritto nazionale non ospitava una regola sull’eutanasia, né sul testamento biologico. Se è per questo, non vi si rintraccia neppure una regola sull’uso di droghe per fini religiosi; ma due settimane fa la Cassazione ha assolto un rasta sorpreso con un etto di marijuana in tasca. E ovviamente la politica non l’ha presa bene: «Qualcuno fermi i giudici», ha detto il capogruppo Pdl in Senato.

Ecco, dal Senato sta adesso per scoccare l’altolà. Un conflitto dinanzi alla Consulta è un po’ come una sfida a duello, benché nella fattispecie l’arma prescelta sia del tutto impropria. In primo luogo la sentenza della Cassazione non è definitiva, e quindi non è idonea a innescare un conflitto tra poteri. In secondo luogo il Senato non detiene il monopolio della funzione legislativa, perché quest’ultima viene esercitata «collettivamente» da ambedue le Camere, a norma della Costituzione. In terzo luogo non si può certo trasformare la Consulta nell’ennesimo grado di giudizio, impugnando qualunque decisione su cui la maggioranza di turno sia discorde. Ma dopotutto queste sono tecnicalità, argomenti per gli addetti ai lavori.

La vera posta in gioco tocca il ruolo dei giudici nell’officina del diritto. Il centrodestra li vorrebbe nudi e proni, e almeno in questo è recidivo: durante la sua precedente esperienza di governo provò a castigare come illecito disciplinare ogni sentenza in contrasto con «la lettera e la volontà della legge». Magari non tutti i senatori ne saranno consapevoli, però oggi il loro voto rispolvera il Référé législatif, un istituto in auge nel secolo dei lumi. Perché a quell’epoca dinanzi a un’oscurità legislativa, oppure dinanzi a un vuoto del diritto, i giudici dovevano appellarsi direttamente al Parlamento, sospendendo la propria decisione.

Sennonché al giro di boa del secolo, nel 1804, entrò in vigore il Code Napoléon, che introdusse l’obbligo di rendere giustizia in ogni caso sottoposto alla magistratura. Questo principio è ancora valido e rappresenta la prima forma di tutela per i cittadini. Tant’è che le preleggi al codice civile contemplano l’ipotesi in cui manchi una precisa regola del caso; ma stabiliscono che il caso sia comunque deciso sull’onda di regole analoghe o dei principi generali.

Esattamente quanto ha poi fatto la Cassazione per i rasta o per Eluana, applicando rispettivamente il principio costituzionale della libertà di religione o quello di disporre della nostra stessa vita. No, non tocca al Senato la toga che hanno indosso i magistrati. Né del resto il Senato potrà mai far indossare ai magistrati una divisa da poliziotto, da esecutore inerte della legge. Ogni giudice è innanzitutto giudice d’un caso della vita, e nessun caso è uguale agli altri. Lasciamo perciò Eluana al proprio giudice, e così sia.






27/7/2008

Il paradosso della giustizia

GIAN CARLO CASELLI

La giustizia italiana è un malato grave, ma invece di mettere in campo robuste azioni positive si preferisce parlar d’altro. Si dovrebbe spendere di più e meglio. Le risorse dovrebbero esser distribuite più razionalmente. Sistemi processuali farraginosi e complessi, al limite dell’incredibile, dovrebbero essere finalmente snelliti. Le impugnazioni dovrebbero essere decisamente ridotte, come in tutti i Paesi europei. Ma di azioni positive non se ne vedono. Domina invece il paradosso dell’inefficienza efficiente. Se la giustizia non funziona non si faccia un bel niente per farla funzionare meglio. La si lasci soffrire: che le cose peggiorino sempre più, fino alla catastrofe. Perché sempre più inefficienza significa sempre meno credibilità della magistratura. E quando - alla fine della storia - se ne aggredirà l’indipendenza, i magistrati (questo cancro!) si ritroveranno assolutamente soli. Nessun cittadino che non sia pazzo si mobiliterà per chi non sa rendere il servizio per cui è pagato coi soldi pubblici (non a caso l’indice di gradimento della magistratura registra crescenti flessioni… e c’è qualcuno che si stupisce). Ecco dunque l’inefficienza efficiente. Funzionale cioè a un disegno che mira (mortificando la magistratura) a ridurre se non impedire i controlli che si indirizzino verso determinati interessi. Spietati verso gli altri (tolleranza zero…), ma indulgenti verso se stessi: è la regola di chi, in Italia, va cercando in ogni modo impunità.

In questo quadro, anche l’incredibile diventa possibile: rovistando nelle pieghe della manovra finanziaria si scoprono tagli consistenti alle spese di giustizia e ulteriori riduzioni negli organici (già pesantemente sofferenti) di segretari e cancellieri. Colpi da ko, letteralmente, per una giustizia che già barcolla. Con buona pace per la tutela dei diritti dei cittadini (a partire dalla sicurezza). Ma con la prospettiva di ripartire dalle macerie - se non proprio volute, quanto meno «volentieri» non impedite - per edificare una casa nuova: riformando il Csm, cancellando l’obbligatorietà dell’azione penale, introducendo quella separazione delle carriere che avrà come interfaccia - inevitabilmente - la dipendenza dei pm dal governo. Così i giochi (con la ciliegina della riesumazione dell’immunità parlamentare dopo il lodo) saranno fatti: e quei rompiscatole di magistrati se ne staranno finalmente buoni nel recinto tracciato dalla politica. Una politica al riparo dai controlli e quindi non più costretta a proclamare rispetto per la legalità, laddove è l’orticaria per le regole che la fa (in verità trasversalmente) da padrona.

Strutturali - rispetto alla strategia della inefficienza efficiente - sono le martellanti campagne tese ad avvalorare l’esistenza di atteggiamenti giustizialisti o peggio di una persecuzione giudiziaria nei confronti di questo o quel personaggio «eccellente». Tali campagne hanno l’effetto di erodere in radice la credibilità della giustizia. Se lo dicono «loro», con il peso che deriva dalle prestigiose cariche ricoperte, ogni cittadino soccombente in una causa civile o condannato in un processo penale la penserà allo stesso modo. Un momentaccio, per la magistratura. Alessandro Galante Garrone ha scritto che «a volte non basta, per un giudice, essere onesto e professionalmente preparato; in certe situazioni storiche, per poter ricercare e affermare la verità, con onestà intellettuale, bisogna essere combattivi e coraggiosi». Che oggi vi sia una situazione di questo tipo lo teme Federico Orlando, quando scrive (Europa - 16.7.08) che per la «casta» dei magistrati non c’è «bisogno di suggerimenti, perché la casta si autosuggerisce», magari vedendo che certi difensori sono «diventati nuovamente ministri o addirittura alte cariche protette da scudi». Per cui in certi casi «(la casta) si autolimita».

Ho ancora sincera fiducia nella forte tenuta della magistratura, ma sarebbe sbagliato nascondere la rilevanza del tema posto da Orlando. Che gira e rigira è il problema della linea di confine fra attacco e intimidazione. Con il corollario di alcuni interrogativi ineludibili. È giusto gettare pregiudizialmente fango su un magistrato sol perché indaga o eventualmente condanna - per fatti specifici, non certo per il suo «status» - un personaggio pubblico? Giustizia giusta è solo quella che assolve? Ragionando in questo modo, non si sovvertono le regole fondamentali della giustizia? Non si incide sulla serenità dei giudizi?

La posta in gioco è evidente. Riguarda la Costituzione repubblicana, il rischio che essa stia subendo - nelle prassi se non nelle forme - curvature negative sul piano di alcuni principi fondamentali. Un pessimo viatico per le preannunziate riforme d’autunno, nel senso che se il buon giorno si vede dal mattino saranno riforme non della giustizia ma dei giudici, la cui «efficienza» sempre più sarà misurata sulla capacità di conformarsi agli orientamenti del governo.

PS. Agli ipocriti che bollano l’indipendenza della magistratura come privilegio di una casta irresponsabile, è facile replicare che senza indipendenza della magistratura non si può neppur concepire una giustizia giusta, almeno tendenzialmente uguale per tutti. Se non c’è indipendenza, inevitabilmente qualcuno potrà indicare ai magistrati chi favorire e chi invece maltrattare. Ecco perché l’indipendenza della magistratura è un privilegio, sì: ma dei cittadini che vogliano continuare ad essere uguali.

Procuratore Generale di Torino



 
 

di Gustavo Zagrebelsky - da La Repubblica

La Costituzione fatica nel compito di creare concordia. Quando una Costituzione genera discordia, è segno di qualcosa di nuovo e profondo che ha creato uno scarto. E il momento in cui le strade della legittimità e della legalità (la prima, adeguatezza ad aspettative concrete; la seconda, conformità a norme astratte) si divaricano. Di legalità si vive, quando corrisponde alla legittimità. Ma, altrimenti, si può anche morire. Alla fine è pur sempre la legittimità a prevalere su una legalità ridotta a fantasma senz'anima.


La difesa della Costituzione non può perciò limitarsi alla pur necessaria denuncia delle violazioni e dei tentativi di modificarla stravolgendola. Una cosa è l'incostituzionalità, contrastabile richiamandosi alla legalità costituzionale. Ma, cosa diversa è l'anticostituzionalità, cioè il tentativo di passare da una Costituzione a un'altra. Contro l'anticostituzionalità, il richiamo alla legalità è uno strumento spuntato, perché proprio la legalità è messa in questione. Che cos'è, dunque, la controversia sulla Costituzione: una questione di legalità o di legittimità? Dobbiamo poter rispondere, per metterci sul giusto terreno ed evitare vacue parole. Per farlo, occorre guardare alla psicologia sociale e alle sue aspettative costituzionali. Questa è un'epoca in cui, manifestamente, le relazioni tra le persone si fanno incerte e il primo moto è di diffidenza, difesa, chiusura. Questo è un dato. Alla politica, che pur si disprezza, si chiede attenzione ai propri interessi, alla propria identità, alla propria sicurezza, alla propria privata libertà. L'ossessione per "il proprio" ha, come corrispettivo, l'indifferenza e, dove occorre, l'ostilità per "l'altrui".

In termini morali, quest'atteggiamento implica una pretesa di plusvalenza. In termini politici, comporta la semplificazione dei problemi, che si guardano da un lato solo, il nostro. In termini costituzionali, si traduce in privilegi e discriminazioni.

Esempi? "A casa nostra" vogliamo comandare noi: espressione pregnante, che sottintende un titolo di proprietà tutt'altro che ovvio. Detto diversamente: ci sono persone che, pur vivendo accanto a noi, sono come"in casa altrui", nella diaspora, senza diritti ma solo con concessioni, revocabili secondo convenienza. Gli immigrati pongono problemi? Li risolviamo con quote d'ingresso determinate dalle nostre esigenze sociali ed economiche e, per quanto eccede, ne facciamo dei"clandestini", trattandoli da delinquenti. Non pensiamo che anche noi, gli "aventi diritto", portiamo una responsabilità delle persone che muoiono in mare o nascoste nelle stive, indotte da questa nostra legislazione ad agire, per l'appunto, da clandestini. La criminalità si annida nelle comunità che vivono ai margini della nostra società (oggi, i rom e i sinti; domani, chissà). Allora, spianiamo per intanto i campi dove vivono e pigiamone i pollici, grandi e piccoli, perché lascino un'impronta. Basta non guardare la loro sofferenza e la loro dignità. Certo, i mendicanti seduti o sdraiati sui marciapiedi ostacolano il passaggio. Noi, che non abbiamo bisogno di elemosinare, vietiamo loro di farsi vedere in giro. Basta non pensare alla vergogna che aggiungiamo a
bisogno. L'indigenza si diffonde? Istituiamo l'elemosina di Stato. Si crea così una frattura sociale, tipo Ancien Régime? Basta non accorgersene. I diritti si rovesciano in strumenti di esclusione quando, per garantire i nostri, non guardiamo il lato che riguarda gli altri. In una società di uguali, il lato sarebbe uno solo: il mio è anche il tuo. Ma in una società di disuguali, l'unilateralità è la premessa dell'ingiustizia, della discriminazione, dell'altrui disumanizzazione. Quando si prende questa china, non si sa dove si finisce. Perfino a teorizzare la tortura, in nome della sicurezza.

Ma questa è anche un'epoca di restrizione delle cerchie della socievolezza. Il nostro benessere è insidiato dagli altri: dunque rifugiamoci tra di noi, amici nella condivisione dei medesimi interessi. Al riparo dalle insidie del mondo, pensiamo di trovare la nostra sicurezza. L'esistenza in grande appare insensata, anzi insidiosa: la parola umanità suona vuota, le unità politiche create dalla storia dei popoli si disgregano in piccole comunità sospettose l'una verso l'altra; l'Europa segna il passo. Le riduzioni di scala della socievolezza riguardano ogni ambito della vita di relazione e, a mano a mano che procedono, creano nuove inimicizie in una spirale che distrugge l'interesse generale e i suoi postulati di legalità, imparzialità, disinteresse personale. La legge uguale per tutti è sostituita dalla ricerca di immunità e impunità. Ciò che denominiamo "familismo" crea cricche politiche e partitiche, economiche e finanziarie, culturali e accademiche, spesso intrecciate tra loro, dove si organizzano e si chiudono relazioni sociali e di potere protette, per trasmetterle da padri a figli e nipoti, da boss a boss, da amico ad amico e ad amico dell'amico, secondo la legge dell'affiliazione. Sul piano morale, quest'atteggiamento valorizza come virtù l'appartenenza e l'affidabilità, a scapito della libertà. Sul piano politico, si traduce in distruzione dello spirito pubblico e nella sostituzione degli interessi generali con accordi opachi tra "famiglie". Sul piano costituzionale, si risolve nella distruzione della repubblica di cui parla l'art. i della Costituzione, da intendersi nel senso ciceroniano di una comunione basata sul legittimo consenso circa l'utilità comune.

Della diffidenza e della chiusura, conseguenza naturale è la perdita di futuro, come bene collettivo. Si procede alla cieca e, non sapendoci dare una meta che meriti sacrifici, cresciamo in particolarismi e aggressività. Le visioni del futuro, che una volta assumevano le vesti di ideologie, sono state distrutte e, con esse, sono andati perduti anche gli ideali che contenevano. Sono stati sostituiti da mere forze divenute fini a se stesse, come la tecnica alleata all'economia di mercato, mossa dai bilanci delle imprese: forze paragonate al carro di Dschagannath che, secondo una tradizione hindu, trasporta la figura del
dio Krishna e, muovendosi da sé senza meta, travolge la gente che, in preda a terrore, cerca inutilmente di guidarlo, rallentarlo, arrestarlo. In termini morali, la perdita di futuro contiene un'autorizzazione in bianco alla consumazione nell'immediato di tutte le possibilità, senza accantonamenti per l'avvenire. In termini politici, comporta una concezione dell'azione pubblica come sequenza di misure emergenziali.
Intermini costituzionali, distrugge ciò che, propriamente, è politica e la sostituisce con una gestione d'affari a rendita immediata.

Tutto ciò, invero, è un insieme di constatazioni piuttosto banali che, oltretutto, non rispecchiano l'intera realtà costituzionale, per nostra fortuna fatta anche d'altro. Ma, per quanto in queste constatazioni c'è di vero, non sarà altrettanto banale collegarlo con la Costituzione e le sue difficoltà. Quelle tre nevrosi da insicurezza - visione parziale delle cose; disgregazione degli ambiti di vita comune; assenza di futuro
- hanno un unico significato: la corrosione del legame sociale. Non siamo solo noi a trovarci alle prese con questa difficoltà, ma noi specialmente. Una domanda classica nella sociologia politica è: che csa
tiene insieme la società? Oggi la domanda si è spostata, e ci si chiede addirittura se di società, cioè di relazioni primarie spontanee, non imposte forzosamente, si possa ancora parlare. In effetti, poiché convivere pur bisogna, vale una relazione inversa: a legame sociale calante, costrizione crescente.

Non è forse questa la nostra china costituzionale? Una china su cui troviamo, da un lato, per esempio, indifferenza per l'universalità dei diritti, per la separazione dei poteri, per il rispetto delle procedure e dei tempi delle decisioni, per i controlli, per la dialettica parlamentare, per la legalità, per l'indipendenza della funzione giudiziaria: indifferenza, in breve, per ciò qualifica come "liberale" una democrazia; sostegno, dall'altro, alle misure energiche, alla concentrazione e alla personalizzazione del potere, alla democrazia d'investitura, all'antiparlamentarismo, al fare per il fare, al decidere per il decidere: in breve, a ciò che qualifica invece come "autoritaria" la democrazia.

La sintesi potrebbe essere la frase pronunciata da un deputato socialista, all'epoca delle nazionalizzazioni decise dal governo Mitterrand e osteggiate dall'opposizione di destra, che aveva promosso un ricorso al Conseil constitutionnel (più o meno, la nostra Corte costituzionale): «Voi avete giuridicamente torto, perché noi abbiamo politicamente ragione». In altri termini, il vostro richiamo alla Costituzione vale nulla, perché noi abbiamo i voti. Quella frase fece grande scandalo, chi l'aveva pronunciata dovette rimangiarsela. Ma si esprime lo stesso concetto dicendo: la gente ha votato, ben sapendo chi votava, e questo basta; la forza del consenso rende nulla la forza del diritto; chi obbietta in nome della Costituzione è un patetico azzeccagarbugli che con codici e codicilli crede di fermare la marcia della nuova legittimità costituzionale.

La Costituzione non ammette questo modo di ragionare. Non c'è consenso che possa giustificare la violazione delle "forme" e dei "limiti" ch'essa stabilisce (art. 1). Ma questa è legalità costituzionale. Pensare di sostenere una legalità traballante nella sua legittimità, invocando soltanto la legalità, è come volersi trarre dalle sabbie mobili aggrappandosi ai propri capelli. Chi vuol difendere la Costituzione deve accettare la sfida della legittimità e saper mostrare, anche attraverso i propri comportamenti, che la Costituzione non è un involucro ormai privo di valida sostanza, non è l'espressione o la copertura di un mondo senza futuro. Occorre far breccia in convinzioni collettive, là dove domina indifferenza, sfiducia, rassegnazione: i sentimenti qualunquistici, naturalmente orientati a esiti autoritari, di cui s'è detto. Se la crisi costituzionale è innanzitutto crisi di disfacimento sociale, è da qui che occorre ripartire. Si difende la Costituzione anche, e soprattutto, con politiche rivolte a promuovere solidarietà e sicurezza, legalità e trasparenza, istruzione e cultura, fiducia e progetto: in una parola, legame sociale. Se non andiamo alla radice, per colmarlo, dello scarto tra legalità e legittimità, ci possiamo attendere uno svolgimento tragico del conflitto tra una legalità illegittima e una legittimità illegale: tragico nel senso più proprio e classico della parola. Ci si dovrà ritornare.

 
della vita 07/12/2008
 

Mi son presa la briga di leggermi tutte le 61 pagine del decreto della Corte di Appello di Milano che autorizza il signor Englaro, in qualità di tutore di sua figlia Eluana in stato vegetativo permanente da 16 anni, a disporre l’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale realizzato mediante alimentazione e idratazione con sondino naso-gastrico.

E’ l’ultimo atto di una lunga battaglia giudiziaria cominciata una decina di anni fa e portata avanti con determinazione e dignità davvero ammirevoli.

Al di là delle questioni tecniche e mediche, pure molto interessanti, la sostanza della motivazione è che risulta provato che Eluana mai avrebbe voluto essere tenuta in vita artificialmente e che anzi avrebbe preferito la morte piuttosto che vegetare (priva com’è di qualsivoglia attività psichica e percezione sensoriale) come ormai sta facendo da sedici anni. Lo hanno detto le sue amiche di infanzia, lo hanno confermato i suoi genitori.


Il complesso ragionamento peraltro già impostato dalla Cassazione si può sintetizzare così: il diritto alla vita e il diritto alla salute sono diritti dell’uomo, appartengono all’individuo (e non a entità esterne all’uomo). Il soggetto del diritto è l'uomo non la vita. E' il paziente ad essere soggetto del diritto di cura, non esiste alcun diritto del medico (e ancor meno di altri “terzi” siano essi lo stato o la chiesa) a fare del paziente oggetto di cura.


Quando si urla all'offesa o alla sopraffazione della “sacralità” della vita, o si invoca il teorema del “pendio scivoloso” (quello per cui se oggi autorizziamo questo, domani faremo fuori gli storpi) si esclude totalmente che l'individuo possa esprimere una propria volontà, libera, consapevole e responsabile. Questo perché libero arbitrio sì, ma fino a un certo punto perchè il non detto è che la vita è di dio anche per chi non la pensa così o, pur credendoci, non ritiene di andare contro la propria religiosità intima e interiore. La stessa Eluana andò in chiesa una volta, accendendo un cero al suo dio, perchè a un suo amico rimasto in coma fosse concesso il dono della morte.

Tutte le volte che si affrontano questi temi rubricandoli sotto l'ostica etichetta di bioetica, i piani del discorso, oltre a tendere spesso all'isteria, si confondono – credo volutamente - e io lo vedo che si fa fatica a capire, che le cose sembrano così difficili da averne paura. Credo che facciano paura perchè ci riguardano intimamente, ci costringono a domande che sembrano più grandi di noi, ci spingono ad identificarci con l'altro. E allora viene più facile delegare il pensiero a terzi se proprio si è costretti ad affrontarli. In alternativa si gira il capo e si distoglie e si allontana il pensiero sgradevole di malattia e morte.

Invece, spesso si tratta solo di sedersi un momento e ragionare con calma per accorgerci che invece siamo in grado di prendere posizione e di esprimere giudizi, soprattutto rispetto a noi stessi. Vorrei io esprimere quella libertà? Sarei in grado di autodeterminarmi? Lo farei in modo responsabile?

Questo caso non è certo tra i più difficili: Eluana ha la corteccia cerebrale talmente danneggiata che non solo non può pensare o muoversi ma non è neppure in grado di sentire dolore, o caldo, o freddo o percepire la differenza tra luce e buio. Sopravvive – del tutto artificialmente - solo l'involucro di Eluana, (non il suo corpo, proprio solo il suo involucro) e qualunque sia la vostra rappresentazione di “anima” è chiaro che in quell'involucro non c'è più da anni.

E per rispondere ai cultori del “pendio scivoloso” voglio raccontarvi una storia vera.

In una casa di riposo per anziani affetti da grave demenza senile, si sono incontrati un rozzo ex-pugile e una rigida contabile. Incapaci persino di ricordare il proprio nome o di formulare una qualunque frase di senso compiuto foss'anche preferisco le patate alle carote, si sono innamorati. Si cercavano, si tenevano per mano e passavano lunghi pomeriggi in conversazioni totalmente incomprensibili. Dico male: non conversavano, probabilmente si parlavano proprio come, altrettanto probabilmente, non sarebbero stati capaci in gioventù.

Siamo creature bellissime e complesse e proprio per questo credo che ognuno di noi possa anzi, debba, essere libero di scegliersi la propria vita, sempre, anche nel suo ultimo frammento.

b

 
 

  Fatima e Jamila sussurranno.

Sono al chiuso. In tutti i sensi. Pareti, pesanti drappi, assenza di autodeterminazione e percezione di sé restringono fino all asfissia il loro spazio.

Fatima dice a Jamila: “e se uscissimo tutte quante in strada?

Per che fare?”

Per orgoglio. Per mostrarci, per dire che ci siamo: proprio qui ed ora, dove tutto ci nega, ci rende invisibili, anche fisicamente. Dove il burqa ci fa tutte uguali, pupazzi neri senza faccia e senza identità. Dove prima ancora che diritti ci sono negate dignità ed esistenza”

Ma è bellissimo. Mi piace. Però, per favore, sfiliamo con grazia. Senza offendere nessuno.

E con il burqa addosso. E in una via secondaria. E con il consenso dei padri/mariti/fratelli. E solo per un pezzettino breve, altrimenti ci comporteremmo come delle peccatrici, delle malate di mente, delle donne disgustose che vogliono offendere Iddio e i buoni fedeli, e io non mi sento così”

Fatima e Jamila non esistono, ovviamente. O forse si. Di sicuro non è reale questa conversazione che ho malamente imbastito con l unica speranza che appaia assurda. Anzi, paradossale. Perché paradossale sarebbe volersi liberare dalla sopraffazione avendo però cura di ribadirla come legittima, assumendone tutti gli argomenti. Mi auguro che affidarlo a due donne, la cui condizione, almeno nei proclami, ripugna il civile mondo occidentale, sia sufficiente ad evidenziare il paradosso.

Lo stesso che tutti gli anni in questo periodo dell anno infiamma la comunità gay e nutre la penna dei commentatori. E’ la stagione del pride. La parata, la carnevalata, il carrozzone bizzarro che come ogni anno si guadagnerà un servizio in ciascuno dei telegiornali che non si faranno sfuggire le piume di un trans, immagini pruriginose o imbarazzanti tenerezze. Gli stranosessuali, che razza di esibizionisti!

E il peggio è che il medesimo giudizio preventivo serpeggia fra molti omosessuali. Lo stesso punto di partenza: come si fa a reclamare – che è il corrispondente del dar loro - credito ( o diritti) se insistiamo – insistono – ad esser tanto fuori dalla norma? E' il paradosso di Jamila.

I diritti civili sono i diritti degli Altri, lottare per affermarli, richiederli e pretendenderli equivale a richiedere una nuova visione, in cui la norma sia riscritta affinché possa comprendere tutte le forme possibili di pacifica esistenza. Altrimenti, in gioco, ci sarà soltanto assimilazione.

Non dare scandalo!” È l imperativo delle società, disponibili all omologazione ma riluttanti ad estendere i diritti civili a coloro che ritiene alterni o subalterni.

Non scandalizzarti!” è la sola sensata risposta.


                                                              Cuorerosso

 
RIME 06/23/2008
 

Fonte:  Micromega online

Fermarli tutti per fermarne uno

di Carlo Cornaglia

“L’immigrata delinquenza
ci ha portato a un’emergenza
veramente eccezionale.
Da domani in tribunale

per almen dodici mesi
i processi son sospesi
se coinvolgono imputati
di reati consumati

prima di sei anni fa
e con pena che sarà
di dieci anni od inferiore!”
Così l’Unto del Signore,

con il plauso di chi crede
che lui sia degno di fede,
di una banda di imbecilli,
non per niente suoi pupilli…,

che si bevono alla grande
le menzogne più nefande.
Per la collettività
chi non si processerà?

Per il bene degli anziani,
per la gioia dei padani
e per garantire loro
di dormir con sogni d’oro,

non verranno processati
quelli che sono accusati
di reati come questi,
tutto meno che molesti:

la rapina e l’estorsione,
lo sfruttare le battone,
la calunnia, il peculato,
l’informatico reato,

il sequestro di persona,
quello che fa la mammona
per l’aborto clandestino,
l’adulterazion di vino

e sostanze alimentari,
le percosse ai famigliari,
furti negli appartamenti,
fare falsi documenti,

vendita di manufatti
con i marchi contraffatti,
stupro con sessual violenza,
associata delinquenza,

la fiscal frode, l’usura,
traffico di spazzatura,
clandestina immigrazione,
ostil intercettazione,

fraudolenta bancarotta,
truffa contro l’Ue condotta,
la pedòpornografia,
l’uccision fatta per via

con un’infrazion stradale,
detenzion d’armi illegale,
l’omicidio procurato
da un chirurgo un po’ imbranato,

trasformare i boschi in braci,
circuire gli incapaci,
ammannir medicinali
con pericoli mortali,

scippo e, infine, corruzione.
E qui casca il Capellone
coi processi, centomila,
di fascicoli una pila

alta più d’un grattacielo
sui qual viene steso un velo
per salvar da una sentenza
Berlusconi, Sua Innocenza,

che un pm, toga rossa,
accusò con bieca mossa
di un reato da prigione:
corruzion di testimone.

Dollari seicentomila,
così almen l’accusa stila,
foraggiati a un avvocato
per mentire a un magistrato.

Mentre il popolino bue
plaude alle menzogne sue,
facciam una divisione:
se pagò per corruzione

dollari seicentomila
e se sono centomila
i processi che fermò,
il giochetto gli costò

sol sei dollari a processo.
Cavaliere, mica fesso…
Sono proprio tempi bui,
il social allarme è lui!

(21 giugno 2008)


 
Maglia azzurra 06/17/2008
 

Gioca la nazionale stasera, il simbolo del popolo. Anche il premier, simbolo del popolo, ha la maglia azzurra. Prima era “forza italia”, oggi è “popolo della libertà”.

Libertà in campo e fuori dal campo ma se sei Italia, se la rappresenti, devi indossare la maglia, quella azzurra, s'intende. Non in nome del popolo italiano ma nel nome del popolo azzurro. E se sei sinti e indossi la maglia di del piero, usurpi un azzurro che non è il tuo. Un po' come i giapponesi in san pietro, per dire.

Nicoletta Gandus non gioca a pallone e se ha una maglia non è certamente quella del portierone nazionale, pensa per i campi suoi la sciagurata. Firma appelli per esempio. E non appelli qualsiasi, roba da fuori gioco: leggete un po' qui che razza di sovversive prese di posizione:

Non in mio nome, pubblicato sul manifesto l'11 e il 23 maggio 2001, sulla condanna della politica israeliana nei confronti dei palestinesi
lettera aperta al Parlamento italiano sulla laicità dello Stato
appello delle giuriste contro la legge sulla procreazione assistita, pubblicato sull'Unità il 10 febbraio 2004
il ° febbraio 2002 il manifesto ha pubblicato la notizia Nicoletta Gandus è stata inviata da Magistratura democratica a Porto Alegre (Brasile) per partecipare al Forum dei magistrati

il 9 gennaio 2006 ha firmato l'appello dei magistrati sul Ddl 3600/S in materia di inappellabilità

Peggio ancora pare abbia firmato questo:

APPELLO ALLA GIUSTIZIA

Un impegno per la giustizia

Si sta chiudendo una delle più tormentate e controverse legislature della storia repubblicana e c'è oggi la prospettiva di un cambio di governo. Ma deve cambiare anche il modo di governare: dal punto di vista costituzionale e dei rapporti tra cittadini ed istituzioni.

Il lavoro che attende il nuovo governo è quindi di enorme complessità e responsabilità e si estende a settori di grande importanza per la collettività: l'informazione, la sanità, il lavoro, l'ambiente e i beni culturali, la ricerca, l'istruzione, la politica fiscale e tributaria.

Importanti riforme di sistema sono necessarie anche per ridare ai cittadini fiducia nella giustizia. Ma in questo settore noi tuttavia riteniamo che vi sia una inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Si tratta di leggi che - a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi.

Alcune di queste leggi, pur da riformare, sono state disinnescate dalla Corte Costituzionale (ad esempio il cd. "Lodo Schifani", cioè la L. 20.6.03 n. 140 sulla sospensione dei procedimenti per le alte cariche dello Stato) o dai giudici di merito e dalla Corte di Cassazione (è avvenuto per la Legge sulle rogatorie n. 5.10.01 n. 367 e la cd. "Legge Cirami" 7.11.02 n. 248 sullo spostamento dei processi per legittimo sospetto).

Ma, per altre leggi è necessaria l'abrogazione immediata : solo con la loro abrogazione, infatti, sarà possibile restituire credibilità al paese sul piano internazionale e dignità ai governanti e ai rappresentanti politici ed ottenere la partecipazione della collettività nazionale agli sforzi necessari per ricostruire una scala di valori condivisi.

Le leggi che devono costituire oggetto di abrogazione già nei primi mesi della legislatura sono:

- la Legge di "depenalizzazione" del falso in bilancio ( D.L.vo 11.4.02, n.61), che rappresenta la tipica traduzione in termini normativi della cultura della illegalità e contrasta con la tendenza mondiale a punire con maggiore severità la false comunicazioni in materia societaria;

- la Legge cd. "ex Cirielli", 5.12.05 n. 251, definita "obbrobrio devastante" dal Presidente della Corte di Cassazione, che ha di fatto introdotto nuove cause di impunità per i potenti (attraverso la prescrizione breve dei reati, anche gravi, commessi dagli incensurati) e pesanti discriminazioni verso i recidivi anche per reati non gravi: dunque, incentivi a manovre dilatorie ed il prevedibile aumento della popolazione carceraria saranno l'effetto di un diritto penale per tipo d'autore;

- la barbara riforma della legittima difesa approvata definitivamente il 24.1.06, che introduce una presunzione di proporzionalità tra i delitti contro il patrimonio in ambiente privato e la reazione violenta con armi da fuoco contro chi ne è responsabile;

- se sarà riapprovata, la cd. Legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento che, a parere di molti, altera il principio costituzionale della parità delle parti nel processo e, dilatando le possibilità di ricorso alla Corte di Cassazione, parzialmente la trasforma in giudice di merito, ingolfandola e rendendone ingestibile l'attività.

L'impegno di coloro che intendono formare il futuro Governo deve estendersi inoltre alla sospensione immediata della efficacia di tutti i decreti legislativi di attuazione delle legge di riforma dell'ordinamento giudiziario (Legge delega n. 150 del 2005): solo così potrà essere predisposto e realizzato un progetto di riforma di ampio respiro, utilizzando i contributi del CSM, degli accademici, della magistratura associata, degli avvocati e delle associazioni dei giuristi e del personale amministrativo.

Chiediamo allora a tutti coloro che parteciperanno alla prossima campagna elettorale un impegno espresso, preciso e incondizionato ad operare immediatamente per l'abrogazione di queste leggi, che non sia diluito in promesse di riforme generali nei vari settori dell'ordinamento.


La lista è presa dal Corriere on line. Non so se effettivamente la ricusanda abbia sottoscritto tutto questo ma mi fa rabbrividire che più che il contenuto degli appelli si faccia riferimento a quale testata (delle molte) quegli appelli abbia pubblicato.

Quello sulla procreazione assistita, per esempio, è apparso su moltissime pubblicazioni giuridiche e scientifiche anche perchè poneva precise censure tecniche, peraltro poi accolte da diversi tribunali in tutta Italia nonostante il disastroso esito del referendum.

Trovate tutto in rete ma a me pare davvero che si tratti di appelli al diritto minimo che si limitano a richiamare quei commoventi principi di legalità, laicità, uguaglianza e separazione dei poteri così fuori moda - e non perchè molti portano anche la mia firma - per chi ha da qualificarsi nel torneo dell'europa!

Mentre scrivo pare che ci siamo qualificati.

Tranquillizzata allora mi chiedo:

diciamo pure che il presidente del collegio che deve giudicare la maglia della nazionale (la sovversiva gandus) sia come quell'arbitro di non so più quale campionato che ha fatto perdere l'italia favorendo i padroni di casa.

Diciamo pure che la squadra se ne è accorta, con qualche anno di ritardo ma si sa la prescrizione è istituto democratico se gli cambi la maglia, mica è la moviola!


Come finì allora? E chi sono ora i padroni di casa?

 
Corpi 06/14/2008
 

Tre cosette degli ultimi mesi

Febbraio 2008: la polizia, su autorizzazione telefonica del magistrato, fa un bliz in un ospedale di Napoli per una segnalazione anonima che parla di feticidio (per rinfrescar la memoria ecco qui http://www.infoaut.org/news.php?id=1168)

Maggio 2008: ai genitori di un neonato destinato a morte certa viene tolta la potestà genitoriale perché rifiutano l’accanimento terapeutico (un bel commento qui: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-morte-della-compassione )

Giugno 2008: al grido di "Lo sconcio dello spettacolo di donne e uomini nudi per strada, magari davanti agli occhi dei bambini, e poi la mattina i preservativi per terra… Una vergogna che deve finire e che troverà soluzione nel ddl sulla sicurezza. Ora il mio emendamento passa dal decreto al disegno di legge, ma è un bene, perchè così si potrà approfondire l’argomento e trovare soluzioni definitive". (Filippo Berselli presidente commissione giustizia al senato) si discute di un emendamento al decreto legge sulla sicurezza che qualifichi le prostitute come "soggetti pericolosi per la sicurezza e la pubblica moralità" .

Mi verrebbe da chiedere all'onorevole senatore: più o meno pericolosi dei corpi esibiti in tv o nei megacartelloni per le strade o sulle riviste? Più o meno pericolosi delle trans al Pride?

Lo Stato si sta prendendo i nostri corpi.

E quando si parlerà apertamente di Stato di Polizia nessuno osi dire che non si poteva prevedere. Soprattutto non voglio sentire una parola da quelli che in fondo l’incendio del campo nomadi è dettato da esasperazione, i militari a Napoli sono indispensabili, superprocure e leggi speciali roba necessaria a difenderci per sopravvivere alle orde di barbari che invadono le nostre pacifiche e sante terre e che (pochi)giornalisti e magistrati si stanno allargando troppo.

b


 
 

ROMA (Reuters) - Il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna dice sì alla prostituzione in casa, ma è contraria ai quartieri a luci rosse, ritenendo che la prima cosa da fare sia togliere le donne dalla strada, colpire gli sfruttatori e mettere fine alla tratta delle minorenni, liberando dalla schiavitù chi è costretto a vendersi tra minacce e ricatti.

Mentre il governo si appresta a mettere a punto un provvedimento sull'immigrazione, la Carfagna, in un'intervista a Repubblica si dice anche contraria alle espulsioni delle prostitute: "così si colpisce solo l'anello più debole e non si affronta il problema alle radici", spiega.
"L'obiettivo è togliere la prostituzione dalla strada. I quartieri a luci rosse non mi convincono, degradano zone della città", afferma. "Ma non sono contraria a chi vuole prostituirsi per scelta purché in case isolate, in modo da non dare fastidio agli altri condomini. L'importante è che non ci sia sfruttamento e che le strade non siano un mercato del sesso a cielo aperto".
Ieri il ministro dell'Interno Roberto Maroni -- che si è detto favorevole ai quartieri a luci rosse -- ha detto che entro agosto bisognerà discutere di una proposta di legge complessiva e definitiva sulla prostituzione
 


(AGI) - Roma 7 giu. - “Siamo disponibili a discutere i particolari, ma il principio resta. L’emendamento al decreto sicurezza presentato al Senato che prevede l’espulsione per le prostitute risponde all’esigenza di impedire che a qualunque ora e in qualunque luogo si ripetano scene indecorose”. E’ quanto afferma il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri.

“Intanto liberiamo le strade e diamo un primo segnale che lo Stato c’e’ ed intende affrontare il problema - aggiunge Gasparri - abbiamo chiara la necessita’ di distinguere tra vittima e carnefice e aiutare chi va salvato, punendo chi istiga alla prostituzione. Sulla necessita’ di dover debellare lo sfruttamento siamo tutti d’accordo. Ma si lasci lavorare il Parlamento affinche’ si trovino le soluzioni migliori ad un problema da troppo tempo rinviato”. (AGI)

 

E chi non concorda? E chi non l avverte, forte ed urgente, questa esigenza? Liberiamo le strade, si!

L Italia è una  repubblica  fondata sul decoro, come dirà  l articolo unico della Nuova Costituzione.

Coraggiosi statisti, indomiti amministratori, solo vi prego,  non fermatevi alle prostitute: è ora di affrontare lo sconcio che la rilassatezza dei costumi e l inefficienza della sinistra ha reso palcoscenico quotidiano per tutti i cittadini. Compresi i bambini innocenti.

Affrontiamole, con coraggio e determinazione, le piaghe della nostra società malata!

Per esempio: la violenza familiare. I numeri sono impressionanti. E  quei numeri escludono  che le famiglie dove si verificano sistematici maltrattamenti possano risiedere tutte in ville singole su circostante terreno agricolo di almeno 5000 ettari. Uno studio ha evidenziato il fatto che molti degli episodi di violenza domestica hanno luogo nei condomini. Questo è inaccettabile. Nessuno vuole impedire alle vittime di urlare o di piangere sommessamente per ore, come pure so che la sensibilità del governo è tale da comprendere che sia inevitabile provocare rumori, frastuoni, strepiti e trambusti se si è scagliati contro il muro del corridoio o la dispensa o sbattuti contro gli armadi, ciononostante il diritto dei cittadini ( che lavorano dalla mattina alla sera) di non essere turbati a qualunque ora, impone delle contromisure: ed è per questo che suggerirei  un decreto che imponga  ai costruttori di edificare provvedendo ad un moderno ed efficiente  isolamento acustico delle pareti divisorie.

E ancora: dal momento che finalmente abbiamo un governo che ha posto fra le sue priorità i veri interessi dei cittadini, affrontiamo una buona volta anche i tasti più dolenti: in questo Paese esistono redditi bassi, troppo bassi,  che vanno sostenuti. Bisogna permettere ai più sfortunati fra noi di mantenere la dignità. Suggerisco pertanto un altro decreto con cui si istituiscano significativi benefici fiscali per quelle case di produzione di alta moda ( che sono fra le eccellenze che il mondo ci invidia)  che accettino di fornire capi di vestiario ed indumenti griffati ( fuori collezione o difettati) alle famiglie utilmente collocate nelle graduatorie regionali.

Il provvedimento avrebbe l effetto di aumentare il numero di persone ben vestite per le nostre strade, restituendo alla nostra Patria, quel primato di stile e buongusto che deve tornare ad essere nostro orgoglio e nostro marchio distintivo.

Infine, un ulteriore decreto a cui ho modestamente pensato, riguarda l ipotesi,  sia pur remota,  che anche dopo le dovute espulsioni  vengano ancora posti in essere dei reati contro il patrimonio o contro la persona. Non dovrebbe succedere, ma non si sa mai.    

La reclusione  prevista per il connazionale resosi colpevole di furto, rapina, aggressione, lesioni  consumati su pubblica via è elevata di un terzo se il reato è stato consumato durante l orario dell uscita o dell entrata delle scuole e di un quarto nel caso il crimine sia stato perpetrato nella prossimità di centri anziani o nei centri storici.

 

Non mi sento niente bene.

Cuorerosso

   

 

 
 

Dal Corriere della Sera, 16 maggio 2008:

Ha cercato di violentarla in piazza Abbiategrasso, alle 6 di pomeriggio. Non c'è riuscito solo perché la ragazza ha urlato per la disperazione è perché è sopraggiunto qualche passante. «Ma nessuno di quei passanti mi ha aiutato » ha raccontato ai carabinieri la vittima, una bella ragazza romena di 25 anni che lavora come badante presso una famiglia della zona. Nonostante lo choc, nonostante la paura, la ragazza si è impressa nella mente le sembianze dell'aggressore e le ha descritte ai soccorritori. «Mi sembra di averlo visto in un bar qui vicino» ha detto la vittima ai militari. E così i carabinieri della stazione Gratosoglio sono riusciti ad arrestare il violentatore.

In carcere è finito Said Housni, 25 anni, marocchino irregolare di professione rapinatore. Nella perquisizione dell'appartamento in affitto in via Chiesa Rossa dove viveva da solo, i carabinieri hanno trovato una cinquantina di orologi (tra cui cinque preziosi Rolex), un centinaio di telefoni cellulari, un computer portatile, una ventina di macchine fotografiche digitali, diversi navigatori satellitari, alcune autoradio, una playstation portatile, oltre a monili e catenine in oro e argento per un valore complessivo di circa 60mila euro. Oggetti e preziosi che i militari ritengono provento di rapine e scippi in particolare ai danni di minorenni e cittadini extracomunitari e furti su auto. Gli investigatori sospettano che l'uomo possa aver avuto dei complici e stanno ora vagliando le denunce sporte dai cittadini nel milanese per poter restituire la refurtiva ai legittimi proprietari.

Said ha avvicinato la sua preda in piazza Abbiategrasso. Prima l'ha immobilizzata, poi l'ha sbattuta per terra, picchiata, rapinata della catenina d'oro che portava al collo, palpeggiata violentemente e infine ha cercato di trascinarla in una zona isolata della piazza per cercare di stuprarla. Quando il violentatore è fuggito e sono arrivati i soccorsi, la donna è stata trasportata all'ospedale San Paolo dove è stata curata e dimessa con prognosi di 7 giorni per escoriazioni varie, ecchimosi e tumefazioni soprattutto nella zona del collo e del seno. La fuga di Said è invece durata poco. Grazie alle indicazioni della badante romena il marocchino è stato rintracciato e arrestato in un bar della zona.

Alberto Berticelli

 

E da  www.tgcom.mediaset.it, 5 Giugno 2008 

 Milano, stupra minorenne straniera

Preso un italiano, la ragazza è incinta

Un italiano di 30 anni è finito agli arresti con l'accusa di violenza sessuale su una ragazzina marocchina non ancora 14enne. Lo ha reso noto la Questura di Milano. L'uomo, durante una manifestazione nella scuola media frequentata dalla ragazza, l'avrebbe convinta a seguirlo a casa sua e lì l'avrebbe stuprata. L'indagine è partita dalla madre dell'adolescente dopo aver appreso che la figlia era rimasta incinta.

Nel corso delle indagini della Squadra Mobile, coordinate dal pm Antonio Sangermano, sono emersi altri due episodi di violenza sessuale, nei confronti di altre ragazzine, questa volta italiane, che avrebbero coinvolto l'uomo. Nel primo caso, il 30enne avrebbe attirato un'altra 14enne in casa e avrebbe tentato di stuprarla; nel secondo avrebbe violentato una 15enne. Pare che l'uomo si servisse abitualmente di hascisc per attirare le giovani. L'ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal gip Fabrizio D'Arcangelo.

 

 

Esercizio: rilevare le differenze nell uso del modo dei  verbi. Osservare la minuziosa descrizione dell aggressione nel primo caso e gli eufemismi gentili e meno traumatizzanti nel secondo. 

Chiedersi perché.    

 

                                                             Benritrovati

                                                                               Cuorerosso


 

 
avanguardia 05/30/2008
 

Leggo che a causa del devastante terremoto cinese sono a rischio alcune centrali nucleari con relativi pericoli di radiazioni proprio nei giorni nei quali l’ottimo ministro Scajola (quello che fu costretto a dimettersi per la felice frase "un rompicoglioni di meno" all’assassinio di Biagi) annuncia un faraonico piano di rilancio di questa freschissima novità in campo energetico.

Certo l’Italia non è a rischio sismico più della Cina mi pare… Eppoi basta con queste suggestioni così démodé da Hiroshima mon amour!

Confesso di non saperne molto e di avere davvero pochi strumenti per capire i lati tecnici della questione e non mi resta dunque che affidarmi a qualche notizia spulciando un po’ in giro visto che la maggior parte dei quotidiani nazionali si limitano a un desolante cerchiobottismo (come il corriere che si limita a prendere atto dello scontro a distanza Rubbia-Veronesi, il nostro futuro insomma, con tutto il rispetto s’intende).

Comincio da qui:

 La parola a Carlo Rubbia

In una recente intervista, Carlo Rubbia ( premio Nobel per la fisica ) ( come Scajola ) ha dichiarato:

"Il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".

" Quando è stato costruito l’ultimo reattore in America? Nel 1979, trent’anni fa! Quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dallo Stato per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".

" Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali."

" Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell’umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l’anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".

"C'è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".

"I nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l’energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".

Se è così semplice, perché allora non si fa?

"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’è accaduto del resto per il computer vent’anni fa". (30 marzo 2008)

Daniele Luttazzi, 23 Maggio 2008 (ripreso, per quel che vale, da megachip)

Ma è un comico, non vale, forse anche lui è suggestionato, forse si è perso frantumato dall’editto bulgaro.

Poi leggo questo: http://www.fisicamente.net/index-1727.htm(non lo trascrivo perché è lunghissimo ma ha un sacco di spunti interessanti e comprensibili e ringrazio k per il link). Mah, i soliti scienziati allarmisti o prezzolati (?) come sostiene quest’altro nobel (credo) http://www.geocities.com/CapitolHill/3013/4nuclear.htm

Non so dire invece di questi: http://www.zonanucleare.com/index.htmse non che gli intenti appaiono lodevoli

Poi la Regione Lombardia, Mercegaglia e gli albanesi che si dicono entusiasti del progetto, cash alla mano e allora mi viene in mente Francesco Rosi ma dev’essere che son cresciuta male.


(sulle energie rinnovabili a breve dossier di cuore)