Riporto una lettera di Vittorio Foa scritta nel 2003 alla redazione di Golem L'indispensabile che, in giornate come queste, giornate piene di parole usate a casaccio, ripetute, smentite, sventolate o compresse, mi pare particolarmente attuale.
b.
Cara redazione, non è facile rispondere: ho vissuto molto, il passato è lungo. E non c'è un solo passato, ce ne sono molti e alcuni cambiano nel tempo, basta assumere una dimensione temporale di medio o lungo periodo e la visione della propria vita diventa diversa. Ma vi sono dei punti fermi. Al di là degli episodi più o meno piacevoli da ricordare vi sono dei momenti nei quali si avverte un senso nuovo della propria vita. Sono i momenti di cambiamento. È allora possibile trovare anche nella politica, come in tutte le attività creative, la felicità, la gioia. Sono i momenti in cui si sente di cambiare in primo luogo noi stessi, rinnovando le categorie della nostra mente, sia quelle logiche dell'apprendimento sia quelle etiche del dover essere. Due mi sembrano gli elementi costitutivi di quella gioia: la libertà della scelta e il nuovo spazio di comprensione della convivenza sociale, delle sue necessità, del suo sentire. La libertà era vissuta come responsabilità, come premessa a quel bene così prezioso e fragile che è la solidarietà. La partecipazione aveva diversi aspetti. Prima di tutto era la parola detta o scritta. Essa non pretendeva di asserire la verità, non era prescrittiva, non diceva agli altri quello che dovevano fare. Era uno scambio fra chi parlava e chi ascoltava, era un invito a pensare insieme. E quando si poneva il problema di cambiare in qualche modo il mondo, si cercava negli altri qualcosa che fosse già una loro ricerca, una loro disponibilità a fare. Gli altri non erano solo un oggetto della parola, erano un soggetto del futuro. I miei contemporanei, come quelli che erano venuti prima, col loro pensiero, con la loro azione e soprattutto con le loro lotte sociali, sono coloro ai quali devo la mia formazione. Ci ho pensato molto nel corso della vita: io non ho avuto un Maestro. Ho sempre cercato negli altri e preso da loro. E adesso, cara Redazione, qualche ricordo personale. Avevo ventidue anni, ero un generico antifascista che cercava in qualche modo di confermare i suoi ideali. A un certo momento scelsi una via di rischio (poi largamente realizzato) per dare un senso alla mia azione, per non lasciarmi vivere come capitava. Eravamo un gruppo di compagni di "giustizia e liberta"; eravamo pochi, ma si poteva essere felici anche sentendosi soli in mezzo a un mondo indifferente. Così sarebbe stato possibile dopo pochi anni essere felici in mezzo a folle di cittadini che la pensavano come noi, in un momento di liberazione collettiva. Certo vi sono stati altri momenti felici, per esempio quando i giovanissi ventenni del 1960 riscoprirono l'antifascismo e gli diedero un senso nuovo, oppure nei decenni che seguirono, quando i lavoratori videro nella loro resistenza un problema che non era solo loro, ma di tutti. E ancora adesso, negli anni 2000, mi vengono delle tentazioni. E subito viene la domanda: e poi? Ho più volte sofferto l'esperienza della politica che si fa rito e diventa incomprensibile. Il ricordo di lunghi periodi grigi e amari non cancella, però, il ricordo della gioia e dà alla politica il senso della possibilità. Torno sulla parola: non era più quella di prima. Adesso si parlava senza ascoltare gli altri, si ripetevano a non finire le parole, utili ma non vere, si cercava in qualche modo di affermare un presunto potere sugli altri. Allora le parole amate, la giustizia sociale, la libertà non erano un ricerca comune, non ci parlavano più. Mi guardo attorno in quest'Italia berlusconiana. Le parole del potere perdono ogni riferimento con la realtà, sono dette come capita a seconda di ciò che è utile al potere. L'irrilevanza del linguaggio è la prova di un disimpegno etico. Questo ci pone nuovi doveri in qualche modo a ritrovare una nuova felicità. Ce la faremo, cara Redazione?
Formia, 6 febbraio 2003
(Vittorio Foa, nato nel 1910 a Torino da famiglia di origine ebraica, nel 1931 si laurea in Giurisprudenza e due anni dopo entra nel movimento di Giustizia e Libertà. Inizia così un periodo di attiva cospirazione e di forte impegno politico contro il regime fascista. Nel 1935 viene arrestato su segnalazione di un confidente dell'O.V.R.A. e denunciato al Tribunale Speciale Fascista che lo condannerà a 15 anni di reclusione. Liberato nell'agosto del '43, partecipa attivamente alla Resistenza come dirigente del Partito d'Azione. Il 2 Giugno 1946 viene eletto deputato all'Assemblea Costituente, a cui seguono la militanza nel Partito Socialista e la lunga attività sindacale nella CGIL. Nel 1970 decide di lasciare gli incarichi sindacali e di ritirarsi a studiare. Insegna Storia Contemporanea nelle Università di Modena e Torino e nel 1991 viene eletto senatore nel PDS. Sono numerosissimi i suoi interventi pubblici e le sue riflessioni sulla situazione politica e sociale italiana.)
Brutta è la solitudine.
Non quella accidentale, quella di passaggio, quella che ci si procura per troppo anticipo o troppo ritardo ad un appuntamento.
E neppure quella da lacerazione, da abbandono.
Per quanto sgradevole, passa. E, poi, di buono c è che può attraversare soltanto la vita di chi è vivo.
Brutta davvero è la solitudine dell assente e dell escluso. Di chi può ancora scegliere, si. Ma si va a gusto. E i gusti cambiano e non hanno valore. E soprattutto sono tutti pari. E vanno a quantità: ciascuno conta zero e acquista peso solo se ne trova tanti di uguali, ammonticchiati sulle crocette dei sondaggi.
Brutta davvero è la solitudine di chi stupisce, in quell attimo stesso in cui stupisce, e sente mancare il fiato in gola e il suolo ai piedi, se a soffocare è l arroganza, la destrezza senza intelligenza, il patto che si rompe, la cornice che si frantuma.
Quando legge il giornale e intravede la parata del Quarto Reich che avanza. Con le piume, gli squilli, il fasullo che coprono il rumore di macchine demolitrici e il tonfo di muri maestri.
da Ansa 14 ottobre 2008:
RAI E CONSULTA: DA GIOVEDI' SEDUTE AD OLTRANZA
ROMA - Nuovi elementi "positivi, ma non concludenti", sono emersi dalla riunione congiunta dei capigruppo di Camera e Senato sull'elezione di un giudice costituzionale e della commissione di Vigilanza Rai. Pertanto, i presidenti delle Camere Gianfranco Fini e Renato Schifani stabiliscono a partire da giovedì la "convocazione ad oltranza del Parlamento in seduta comune per l'elezione di un Giudice della Corte Costituzionale e della commissione parlamentare per la Vigilanza Rai per quella del suo presidente".
"Ci dicano oggi qual è il loro candidato alla Corte costituzionale e noi siamo pronti a votarlo. E loro a questo punto votino Orlando, così in 24 ore la situazione si sblocca". E' la possibilità offerta dal segretario del Pd, Walter Veltroni intervistato Youdem.Tv, la televisione del Partito Democratico oggi al suo esordio.
Il Pdl fa quindi sapere che il suo candidato per la Corte Costituzionale è Gaetano Pecorella. "Abbiamo deciso ufficialmente di proporre Gaetano Pecorella come nostro candidato a giudice della Corte Costituzionale - racconta uno dei partecipanti alla riunione - e se l'opposizione verrà alla riunione dei capigruppo di oggi con Leoluca Orlando come loro candidato alla presidenza della commissione di vigilanza Rai, noi ne prenderemo atto".
Da Aprileonline 14.10.2008:
Vietato scioperare. Parola di ministro Marzia Bonacci,
Sacconi annuncia un disegno di legge delega per riformare l'astensione dal lavoro nei settori di pubblica utilità, in senso maggiormente restrittivo e punitivo. Guarda caso proprio quando scuola e P.A. hanno minacciato e annunciato la mobilitazione di protesta contro il governo Un passato in Cgil e da socialista che proprio non ha lasciato traccia nel suo attuale dna politico. Se ci fosse bisogno di un'ennesima conferma, ecco che il diretto interessato la fornisce oggi, in occasione del convegno organizzato dal Cnel e dedicato al tema "Diritto di sciopero e assetto costituzionale". Sacconi prende la parola e annuncia la volontà dell'esecutivo di varare nei prossimi giorni "un disegno di legge delega per riformare l'attuale regolazione del diritto di sciopero nei servizi di pubblica utilità".
Avendo visto in azione il ministro (ed il governo) in questi mesi e su vari fronti -dalla riforma dei contratti alla vertenza Alitalia fino al piano precari- l'annuncio non può che essere percepito come una minaccia. Del resto, la ragione di rimettere mano alla materia appare piuttosto superflua perché, come ha commentato Giorgio Cremaschi (ala sinistra della Cgil), la regolamentazione "esiste già ed una legge, la 146 del 12 giugno del 1990, modificata dalla 83 dell'11 aprile 2000". Una norma "molto precisa e restrittiva", insiste Cremaschi, a cui si affiancano ulteriori paletti posti anche "nei contratti privati".
Dunque, perché agire in tal senso? Una motivazione in verità l'avanza lo stesso Sacconi molto candidamente quando spiega che si deve procedere ad una riforma "anche in relazione a questa stagione di scioperi". Riferimento al passato recente, ma anche al futuro, ovvero le annunciate mobilitazioni per fine mese della pubblica amministrazione e della scuola. Si teme il fronte sindacale e la protesta del mondo del lavoro? Allora si decide di risolvere il problema alla radice, scegliendo di azzerare il diritto ad astenersi dall'occupazione in segno di protesta.
Il tentativo in atto risulta ancora più chiaro e preoccupante quando Sacconi snocciola i contenuti di questo futuribile ddl delega. Primo punto, l' obbligatorietà del referendum consultivo-preventivo in occasione di ogni sciopero e dell'adesione individuale (del singolo lavoratore) alla protesta, allo scopo di "evitare l'annuncio di scioperi che determinano un danno ai servizi di pubblica utilità e che poi vengono interrotti all'ultimo momento". Al contrario attraverso consultazione e partecipazione singola si garantirebbe, secondo il ministro, "che gli utenti siano informati circa il livello di adesione alla protesta" e che i diretti interessati, cioè gli scioperanti, paghino il dietrofront. "Spesso si annuncia uno sciopero e poi lo si revoca all'ultimo minuto-secondo, in modo che il danno è stato fatto senza pagare il pegno della perdita del salario", ammonisce. Per questo la revoca di astensione dal lavoro deve essere "adeguatamente anticipata", tranne qualora si arrivi in extremis ad un accordo, ma attenzione "un accordo che risolva in via definitiva il problema". Secondo punto, l'intervallo tra gli scioperi "deve essere più robusto e garantito". Terzo, si deve favorire il ricorso allo sciopero virtuale. "Si può fare - spiega sempre Sacconi- ad esempio con un fazzoletto al braccio per dire che io sono in uno stato di agitazione, perdo il salario e però il mio datore di lavoro paga una cifra congrua per ogni lavoratore che si astiene virtualmente dal lavoro". In questo modo, comunque, "la controparte paga ugualmente" e queste risorse "vanno in un fondo solidaristico", evitando "l'interruzione del servizio ma legittimamente manifestando un disagio". Ultimo aspetto, le sanzioni saranno affidate ai prefetti, perché a detta di Sacconi in questo modo "vengono effettivamente applicate", visto che spesso sono "di poca misura e poco applicate". Attualmente infatti spetta alle commissioni di garanzia esprimersi in merito, per poi affidare al datore di lavoro l'applicazione, che però "normalmente" procede ad imporle "quando il conflitto si è esaurito e di solito non lo fa mai".
Le proposte del responsabile Welfare naturalmente non piacciono al sindacato della Cgil. Carlo Podda (Segretario Funzione pubblica) ci spiega quale sia la ragione di questa controriforma prospettata dall'esecutivo. "Evidentemente il governo pensa di affrontare il conflitto nel settore pubblico impedendo che il conflitto stesso possa democraticamente svilupparsi". A sostegno di questa tesi, dice Podda, c'è il fatto che le proposte di Sacconi, o meglio alcune di esse, sono scontante perché "già contenute nella presente disciplina". La rarefazione dello sciopero, l'impossibilità che le astensioni si ripetano nello stesso periodo e bacino, l'obbligo a rispettare una distanza temporale minima, la conciliazione come strada maestra: è tutto già normato e stabilito. Per quanto riguarda le altre misure prospettare, Podda è assolutamente critico e denuncia una tendenza "autoritaristica" da parte del governo che non può che preoccupare, anche perché in contrapposizione con la stessa legge. "L'idea di un referendum consultivo previo mette in discussione il principio costituzionale dell'astensione dal lavoro come un diritto individuale del lavoratore" per farne, ci spiega, "una forma di lotta che può essere decisa solo dopo che la maggioranza dei lavoratori l'ha approvata con la consultazione". Nei fatti, si tratta di uno svuotamento di senso che "mina e non rispetta la Costituzione". Per non parlare dell'adesione del singolo lavoratore: "una schedatura, una misura di intimidazione", la definisce il segretario. A condire il tutto dandogli un connotato repressivo, il ricorso ai prefetti, "che conferisce un aspetto poliziesco a questo progetto". Secondo Podda il piano di Sacconi non trova fondamento neanche dal punto di vista statistico e reale, visto che "il sindacato fino ad ora si è sempre comportato correttamente tanto da non essere mai stato sanzionato in modo eclatante", perché "ha sempre cercato di tenere insieme il diritto del lavoratore con quello dell'utenza". Anche sullo sciopero virtuale il responsabile della Funzione pubblica cigiellina non è persuaso da quello che bolle nella pentola governativa: "E' una modalità che propose nel ‘96 la stessa Cgil, ma come alternativa, come possibilità, non come un obbligo come vorrebbe Sacconi". Non solo. Questa modalità non conviene nemmeno allo Stato (la proposta del ministro infatti riguarda i settori di pubblica utilità). Chiarisce Podda che "viste le finanza pubbliche sarebbe molto oneroso da realizzare: lo Stato infatti dovrebbe versare il doppio di quello che attualmente versa il sindacato". Allora perché volere riformare lo sciopero dei settori pubblici? "Per intimidire i lavoratori, proprio nel momento in cui scuola e P.A. hanno preannunciato giornate di mobilitazione", conclude Podda.
Da Megachip.info 14.10.2008:
Strani cambiamenti dei contributi alla stampa in Italia - 14/10/08
di Kristina Keppelin - da Journalisten (settimanale del sindacato dei giornalisti svedesi)
Ancora una volta, la libertà d'espressione è in discussione in Italia. Questa volta però la questione centrale non riguarda il fatto che il maggior dominatore dei media sia allo stesso tempo primo ministro.Stavolta si tratta dei contributi alla stampa, che in Italia vengono pagati a giornali guidati da cooperative di giornalisti, partiti politici o enti senza scopo di lucro. Il ministro dell'economia Giulio Tremonti ha deciso con un decreto di tagliare i contributi alla stampa di 83 milioni di euro per il 2009 e 100 milioni di euro per il 2010. In questo modo, secondo i calcoli vengono messi in pericolo una cinquantina di quotidiani e riviste, grandi e piccoli.
Alcuni hanno una lunga storia alle spalle. Si tratta ad esempio del leggendario quotidiano di sinistra Il Manifesto, del quotidiano della conferenza episcopale italiana l'Avvenire, de Il Secolo d'Italia del partito postfascista Alleanza Nazionale e del giornale del maggior partito di opposizione (Partito Democratico), l'Unità. Anche il classico Noi Donne, delle femministe italiane, rimane senza contributi, solo per citarne alcuni.
Purtroppo, editori scorretti si sono intrufolati in questo gruppo approfittando della generosità dello stato, che cerca di difendere la pluralità. Secondo le vecchie regole, i contributi alla stampa venivano infatti pagati non in base alla vendita di copie o agli abbonamenti, ma in relazione a quante copie stampate il giornale in questione poteva esibire. Era perciò possibile ottenere contributi per 100 000 esemplari, anche se le vendite erano inesistenti. Ci si può naturalmente interrogare sul perché lo stato dovrebbe finanziare riviste come Fare Vela o Trenta Giorni nella Chiesa e nel Mondo. Questa è una delle ragioni per cui l'indignato giullare e propagandista Beppe Grillo da un po' di tempo porta avanti la questione dell'abolizione dei contributi. Ma in questo caso Grillo si sbaglia. In Italia la televisione è la fonte d'informazione che oscura tutto il resto per la stragrande maggioranza della popolazione. Una televisione che a sua volta è nelle mani del potere politico in generale e del primo ministro in particolare.
Se a questo aggiungiamo che i maggiori quotidiani di informazione vengono usati in primo luogo per servire gli interessi economici e politici dei loro potenti proprietari, ecco che l'immagine diventa ancora più chiara.
In una situazione mediatica di questo genere, c'è bisogno di quotidiani pubblicati da cooperative di giornalisti e da enti senza scopo di lucro, da partiti politici, da organizzazioni per i diritti dei cittadini e dalla chiesa. Ce n'è bisogno per equilibrare e per far sentire voci diverse accanto ad una spaventosa concentrazione di proprietà che cerca di ottenere il monopolio dell'opinione pubblica.
Tutti sono d'accordo sul fatto che le vecchie regole sui contributi alla stampa devono essere cambiate per evitare che si abusi del sistema. La ”riforma” del governo non porta però a nessun miglioramento. Prima i contributi a un certo quotidiano venivano stanziati in anticipo, e la direzione del giornale poteva così ottenere prestiti bancari in attesa dei soldi. Da ora in poi i contributi dipenderanno da quanti soldi rimangono una volta stabilito il piano finanziario. Insomma, nessuno può sapere in anticipo quanto verrà pagato ad ogni giornale. L'equazione è semplice: senza garanzie niente prestiti bancari e senza prestiti niente giornale.
Ah già, i nuovi contributi alla stampa hanno anche un altro punto debole: i contributi indiretti non vengono toccati. Si tratta dei cosiddetti contributi postali, pagati ai maggiori editori italiani per rimborsarli parzialmente delle loro spese di distribuzione. La casa editrice Mondadori di Silvio Berlusconi può quindi mantenere i suoi 18,8 milioni di euro come contributo per l'acquisto di francobolli (?) ed il giornale dell'associazione industriale Confindustria, Il Sole 24 Ore, i suoi 17,8. Anche la casa editrice Rcs del Corriere della Sera potrà contare su 13,7 milioni di euro, mentre il Manifesto è sull'orlo del precipizio dato che i suoi contributi di 4 milioni di euro sono in pericolo. Lunga vita alla pluralità!
Da Varesenews
14.10.2008:
Razzismo, ridipinte di bianco le sagome di bimbi neri
E' accaduto a Brinzio, nel Varesotto, dove ignoti hanno ripassato con spray bianco faccia, mani e piedi di alcune sagome installate dalla scuola elementare del paese nelle strade
Sagome di legno raffiguranti bambini di colore "sbiancate". E' accaduto a Brinzio, nel Varesotto, dove ignoti hanno ripassato con spray bianco faccia, mani e piedi di alcune sagome installate dalla scuola elementare del paese nelle strade. I bambini avevano realizzato le sagome di cartone nell' ambito del progetto di sicurezza stradale (stanno a indicare la presenza di una scuola agli automobilisti e a far rallentare il traffico).
12.10.2008
VARESE - L'avrebbero picchiata a sangue e umiliata con pesanti frasi razziste come 'brutta marocchina di m...'.
L'episodio, del quale si è avuta notizia solo ieri sera, sarebbe avvenuto nel primo pomeriggio di venerdì, attorno alle 14.30, nella zona del mercato, in centro Varese. Vittima dell'aggressione ad opera di alcune coetanee una ragazzina di 15 anni, residente nell'Hinterland varesino, trovata sanguinante da un volontario dei City Angels che ha subito chiamato il 118.
Sulla scorta della descrizione fornita dall'adolescente, i carabinieri hanno già denunciato a piede libero una delle ragazzine che avrebbero dato vita al pestaggio. Si tratta di una compagna di scuola. Anna, questo il nome di battesimo dell'extracomunitaria, ha riportato la frattura del setto nasale. Pare che alla base dell'episodio di violenza vi siano degli alterchi maturati il giorno precedente all'uscita dalla Scuola professionale di via Montegeneroso, a Varese, dove la vittima frequenta un corso per parrucchiera.
Subito dopo essere salita sul bus, sarebbe stata insultata da un ragazzo che reclamava il diritto a quel posto. Poi si sarebbe intromessa un'amica del giovane e le due ragazze si sarebbero insultate, strattonate, graffiate. Al momento di scendere Anna si sarebbe sentita promettere ulteriori rappresaglie.
Venerdì pomeriggio, stando al suo racconto, mentre si trovava nel piazzale dove si svolge il mercato cittadino, sarebbe stata avvicinata da una trentina di persone che l'avevano seguita sin dall'uscita da scuola. Quindi il violento pestaggio che sarebbe avvenuto in mezzo all'indifferenza generale dei passanti.
Dal sito di Alleanza Nazionale 14.10.2008
RAZZISMO: DONZELLI, AUTORITA' OSCURINO BLOG ON. VALENT. INTERVENGA NAPOLITANO "Il Blog internet dell'on. Dacia Valent, già eurodeputata per Rifondazione Comunista, riporta una lettera vergognosa, inaccettabile, razzista e disdicevole. Raccoglieremo le firme negli Atenei per querelarla". Lo annuncia Giovanni Donzelli, presidente nazionale di Azione Universitaria e componente l'Esecutivo nazionale di AN-PDL.
"Nel blog personale si riporta (http://www.verbavalent.com) una lettera intitolata 'italiani di merda, italiani bastardi' con un contenuto offensivo e razzista. Rivolta agli italiani, la Valent scrive testualmente: 'Siete ignoranti, stupidi, pavidi, vigliacchi. Siete il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto. Brutti come la fame, privi di capacità e di ingegno se non nel business della malavita organizzata e nella volontà delle vostre donne (studentesse, casalinghe, madri di famiglie) di prostituirsi e di prostituire le proprie figlie'.
"L'intervento è datato 1 ottobre. Ce ne siamo accorti grazie alla segnalazione su il blog di un ragazzo di Azione giovani, Luigi Curci - prosegue il leader giovanile degli universitari del Pdl -. Le offese della Valent sono state anche troppo in rete. Sul sito è riportato anche un altro intervento che dice cose diverse e ragionevoli, ma questo non modifica la mostruosità dell'intervento precedente. Questa signora grazie agli italiani è andata al parlamento europeo, si dovrebbe vergognare. Questi interventi razzisti sono il vero ostacolo per una serena integrazione. Come Azione Universitaria quereleremo per diffamazione la signora Valent raccogliendo le adesioni alla querela in tutti gli atenei italiani. Nel frattempo chiediamo al Presidente della Repubblica di intervenire personalmente per difendere l'immagine del nostro popolo", conclude Giovanni Donzelli.
Da La Repubblica, 15.10.2008
Dopo un acceso dibattito, via libera al testo passato con una diversa denominazione: "classi di inserimento". Fassino: "Regressione culturale"
Classi ponte per alunni stranieri Sì della Camera a mozione Lega
ROMA - Classi "d'inserimento" per bambini extracomunitari. La Camera ha approvato la mozione della Lega Nord in materia di accesso degli studenti stranieri alla scuola dell'obbligo. Il testo, approvato dopo un infiammato dibattito, è passato con una diversa denominazione: non più "classi ponte", così come originariamente indicato nella mozione presentata dal leghista Roberto Cota, ma la nuova denominazione che parla, appunto di "classi di inserimento". E' stato il vice capogruppo vicario del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, a proporre di cambiare il nome all'oggetto per "rendere più evidente l'obiettivo della proposta, ossia l'integrazione degli studenti".
Per Piero Fassino si tratta invece di "una regressione culturale prima ancora che politica", "e non solo produce un principio di discriminazione ma, e questa è la cosa più grave, discrimina tra i bambini e i più piccoli, che è la cosa più abbietta".
Il testo della maggioranza è passato con 256 sì, 246 no e un astenuto. Bocciate le mozioni dell'opposizione. Il testo approvato a Montecitorio impegna il governo a "rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, favorendo il loro ingresso, previo superamento di test e specifiche prove di valutazione". "Favorendo", dunque, e non più "autorizzando" come si leggeva nel testo originario: una modifica sostanziale che sottolinea il valore non selettivo della norma. A chi non supera i suddetti test vengono messe a disposizione le "classi ponte che consentano agli studenti stranieri di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all'ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti".
La mozione impegna inoltre il governo "a non consentire in ogni caso ingressi nelle classi ordinarie oltre il 31 dicembre di ciascun anno, al fine di un razionale ed agevole inserimento degli studenti stranieri nelle nostre scuole". Infine, si prevede "una distribuzione degli studenti stranieri proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe, per favorirne la piena integrazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri", oltre che "nelle classi ponte, l'attuazione di percorsi monodisciplinari e interdisciplinari, attraverso l'elaborazione di un curriculum formativo essenziale, che tenga conto di progetti interculturali, oltre che dell'educazione alla legalità e alla cittadinanza". (15 ottobre 2008)
Brutta è la solitudine quando diventa solitudine di un intero Paese.
Dibattito in rete sulla democrazia? L’Italia non partecipa di Salvo Catalano
Why Democracy? è un grande progetto partecipativo che coinvolge televisioni pubbliche e private di tutto il mondo. Ma da noi nessuno, dalla Rai in giù, ha aderito. Il coordinatore Don Edkins: “Probabilmente il livello della vostra democrazia non è tale da poter parlare di questo tema"
Whydemocracy.net è il più grande evento multimediale organizzato su un tema di attualità, che ha dato avvio a un dibattito globale sul ruolo della democrazia: 18 cortometraggi e 10 film documentari di registi famosi e sconosciuti filmmakers. 43 paesi coinvolti in rappresentanza dei 5 continenti, ma dell’Italia non c’è traccia.
Don Edkins, regista e produttore sudafricano, fa parte della commissione di Esodoc 2008 conclusosi a Catania in questi giorni. Cerca di spiegare: “La situazione dei film makers italiani è estremamente difficile. Tra le proposte di film che abbiamo visionato ce n’era solo una italiana, ma non ha passato la nostra selezione. D’altra parte abbiamo tentato più di una volta di coinvolgere la Rai in questo progetto, ma invano. L’Italia ha perso una grande occasione. È un argomento che ha bisogno di essere dibattuto ma nel vostro Paese il livello della democrazia non è tale per dare vita ad un confronto maturo”.
Per ovviare all’indifferenza delle tv nazionali, è stato creato il portale www.whydemocracy.it dove i 10 film-documentari provenienti da Cina, Pakistan, Danimarca, Liberia, Egitto, Russia, Bolivia, India, Giappone e Stati Uniti, cuore dell’intero progetto, sono fruibili con sottotitoli in italiano. Si va da ‘Looking for revolution’ (http://www.whydemocracy.net/film/6) che indaga la Bolivia del presidente Evo Morales, tra la nostalgia per la rivoluzione predicata da Che Guevara e il vecchio sistema corrotto e oligarchico, ancora vivo e vegeto, a ‘Iron ladies of Liberia’ (http://www.whydemocracy.net/film/8) viaggio nel sogno democratico di Ellen Johnson-Sirleaf, prima donna a diventare capo di stato di un paese africano, passando per “Please Vote for me” (http://www.whydemocracy.net/film/3). Quest’ultimo, in realtà, è stato trasmesso da Doc3 sulla terza rete Rai quest’estate: un interessantissimo spaccato di vita in una grande città cinese tra i banchi di una scuola con alcuni bambini in gara tra di loro per diventare rappresentanti di classe.
In realtà c’è anche un pizzico di Italia tra i documentari selezionati: è il corto “Interferenze” (http://www.whydemocracy.net/film/22) di Zoe D’Amaro - film maker italiana emigrata ad Amsterdam dove collabora con la compagnia Godmother Films - che racconta l’esperienza della Street tv bolognese ‘Orfeo’.
Ma WhyDemocracy è anche un blog in cui tutti possono proporre contenuti, dare notizie, commentare fatti con l’unico obiettivo comune di vigilare sullo stato della democrazia nel mondo. Per stimolare il dibattito è stato chiesto a numerosi leaders politici e religiosi, atleti dello sport (tra cui Pelè), artisti, scrittori, ma anche all’uomo della strada (un tassista, un gruppo di teenagers inglesi) di rispondere a dieci domande, tra cui: chi voteresti come ‘presidente della terra’? E’ vero che le donne sono più democratiche degli uomini? Dio è democratico? La democrazia è un bene per tutti?
Le risposte sono state raccolte e assemblate in diversi video (http://www.whydemocracy.net/house/questions). Non cercate un italiano: ancora una volta del nostro paese neanche l'ombra.(10 ottobre 2008)
Brutta è la solitudine di chi si crede sfinito e senza mani. Che il frastuono ha reso sordo o smemorato o smarrito. Che ha dimenticato di essere ancora vivo. E niente affatto solo. Cuorerosso
"Forse più che per qualsiasi altro capo di vestiario, nelle scarpe la dimensione strettamente utilitaria, pratica e quella culturale e simbolica si sovrappongono e si confondono. «Non solamente è giovevole – scriveva nel Cinquecento Garzoni - ma necessario che il piede sia calzato o di scarpa o di zoccolo o di pianella o d'altra cosa tal, acciò non resti di continuo soggetto all'eccessivo freddo dell'inverno, al caldo cocente dell'estade, all'umido dell'acque, ai spini della terra, alle punture de' serpi, alla durezza de' sassi, e a tutte queste cose che ponno danneggiare i piedi di color che caminano per viaggio». Ovvio, ma al tempo stesso ricordava che «tutti compariscono lesti e garbati con un bel par di scarpe in piede, o siano alla spagnola o alla napoletana o alla savoina, over con un par de pianelle o di zoccoli belli, come s'usa a' tempi nostri...» ( Vittorio Beonio Brocchieri- Breve storia della calzatura: http://www.golemindispensabile.it/index.php?_idnodo=8636&_idfrm=61)
Bentornata a me e bentornato autunno, mezza stagione che per definizione non dovrebbe più esistere, se non per segnare qualche fondamentale, reiterato incipit: la scuola, il cinema, il trash televisivo e gli aumenti “d autunno”, appunto.
Il senso del riavvio, dell oscillazione che ha compiuto tutto il suo giro e torna alla partenza proviene da un rituale che scandisce un ritmo il cui tempo non è reale, non proviene da bisogni dell individuo.
Surrogati dei rintocchi della Natura, di cui possiamo sbarazzarci, ma della cui valenza rassicurante non possiamo fare a meno, i riti autunnali si ripresentano, eterodiretti e confezionati nella Fabbrica del Brutto.
Ci serve, di colpo, del nuovo: nuove cartelle, nuovi film, nuovi scemi del villaggio e scarpe nuove. Ci servono oggetti utili e pratici. Divagazioni e spettacoli, che sono però anche dei simboli.
Così da decenni. Con una novità, però, che sta nella qualità della bruttezza.
Il brutto e il bello della mia cartella, per esempio, o delle mie scarpe nuove per la scuola, aveva un discrimine di classe: il bello costava, il brutto era a buon mercato .Il bello era prezioso, sobrio e sommesso, il brutto parimenti sobrio e sommesso, ma sapeva di ripiego, di qualcosa che somiglia e molto meno resistente all usura.
Così il simbolo obbediva zelante alla classificazione sociale. La segnalava. E qui finiva il suo lavoro.
Il brutto che squilla dalle vetrine, ora, a celebrare l autunno e il suo fasullo rito, è un brutto che rompe gli argini, non ha discrimini, non divide le classi, ma indiscriminatamente chiama a sé una società di individui soli ed esclusi che può umiliare calzandoli di grottesco.
Il grottesco umilia. Soprattutto quando è insieme prodotto e nutrimento dell immaginario e dell illusione. Quando è travestimento inflitto, spersonalizzante. Quando l abito o le scarpe assumono forme tanto vicine all immagine deformata della ricchezza e della creatività, i due privilegi da cui uomini e donne, merci e consumatori allo stesso tempo, sono inesorabilmente esclusi, ma sospinti di continuo a raggiungere. Pena l infelicità.
E pensare che sarebbe sufficiente dire di no.
Bentrovati
Cuorerosso
E' uscito in questi giorni La rabbia di Pasolini, ovvero l'ipotesi di ricostruzione della versione originale del film del 1963 elaborata da Bertolucci. Lascio qui due cose trovate sul tubo. La prima è inserita nel film con la voce narrante di Renato Guttuso (che trovate comunque sul tubo) ma gli ho preferito Laura Betti anche se le immagini sono ovviamente diverse. La seconda è una breve intervista a Pasolini, sempre inserita nel film, che parla della rabbia dei poeti.
anzi, giusto un pensierino per il tuo genetliaco. (Per le cose serie ci penserà cuore quando torna.)
“Potere può essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo. Poter convivere, potere essere sereni, poter guardare in faccia l’interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia; poter sentirci uniti in una convivenza che non può restare vittima di chi prevarica, di chi attraverso il potere lucra.”
Carlo Alberto Dalla Chiesa
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