La pagina di Cuorerosso e Pittì

Numeri.3 10/25/2008
 

Acqua in bocca, vi abbiamo venduto l'acqua - 25/10/08
di Maddalena Parolin - da peacelink.it

Un articolo diffuso con il passaparola via e-mail e sui blog denuncia la privatizzazione dell'acqua pubblica in Italia, mentre continuano le mobilitazioni dal basso a difesa di un bene comune.
"Mentre nel paese imperversano annose discussioni sul grembiulino a scuola, sul guinzaglio per il cane e sul flagello dei grafitti, il governo Berlusconi senza dire niente a nessuno ha dato il via alla privatizzazione dell'acqua pubblica.

Il Parlamento ha votato l'articolo 23bis del decreto lege 112 del ministro Tremonti che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica. Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l'acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e dunque, sarà gestita da multinazionali internazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali).

Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l'acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.

La privatizzazione dell'acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L'acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l'uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L'acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropiarsene per trarne illecito profitto. L'acqua è l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.

Acqua in bocca" Rosaria Ruffini - docente di teatro allo Iuav

La denuncia di padre Alex Zanotelli

In realtà si tratta di un decreto approvato il 5 agosto: il 26 agosto Alex Zanotelli aveva scritto sul settimanale Carta:

Mi giunge, come un fulmine a ciel sereno, la notizia che il governo Berlusconi sancisce la privatizzazione dell'acqua. Infatti il 5 agosto il Parlamento italiano ha votato l'articolo 23 bis del decreto legge numero 112 del ministro G. Tremonti che nel comma 1 afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica. Tutto questo con l'appoggio dell'opposizione, in particolare del Pd, nella persona del suo corrispettivo ministro-ombra Lanzillotta. (Una decisione che mi indigna, ma non mi sorprende, vista la risposta dell'on. Veltroni alla lettera sull'acqua che gli avevo inviata durante le elezioni!)

Dobbiamo darci tutti una mossa per realizzare il sogno che ci accompagna e cioè che l'acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minor costo possibile per l'utente, senza essere SPA. [...]

Partendo dal basso, dalle lotte in difesa dell'acqua a livello locale, dobbiamo ripartire in un grande movimento che obblighi il nostro Parlamento a proclamare che l'acqua non è una merce, ma un diritto di tutti.

Diamoci da fare perché vinca la vita!

Alex Zanotelli 26 agosto 2008

Il decreto 23 bis

Il decreto legge, il 23 bis è intitolato "Servizi pubblici locali di rilevanza economica", nel testo si legge:

"2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite[...]

5. Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati.[...]

(10. d.) tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica in materia di rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas, nonche' in materia di acqua."

[Vedi www.acquabenecomune.org]

La mobilitazione della società civile

Si moltiplicano le iniziative promosse da associazioni, enti pubblici, cittadini, contrarie alla privatizzazione dell'acqua e volte a far riflettere sui consumi della risorsa idrica.

Continua la campagna di Altreconomia per diffondere l'uso dell'acqua del rubinetto, lanciata a fine settembre anche nella regione Puglia. E sono più di mille, in tutte le Regioni italiane, i ristoranti e i locali pubblici segnalati sul sito www.imbrocchiamola.org: l'ottanta per cento, ottocentocinquantotto, “danno” l'acqua del rubinetto.

Come il progetto "100% pubblica" a Venezia: www.100x100pubblica.blogspot.com.

Il progetto è basato sulle strategie di marketing utilizzate dalle grandi marche dell'acqua, rielaborate per sponsorizzare l'acqua pubblica come bene comune: una campagna di distribuzione gratuita di bottiglie vuote e mappe delle fontanelle pubbliche della città.

Oppure l'iniziativa che in provincia di Arezzo punta al risparmio dei litri d'acqua che quotidianamente finiscono... nello sciaquone: Aato 4, l'autorità di ambito territoriale ottimale dell'Alto Valdarno (AR), distribuirà gratuitamente a scuole e strutture pubbliche e sanitarie un semplicissimo sacchetto di plastica. "Riempito d'acqua e collocato nella cassetta del wc, consentirà di risparmiare 1 litro d'acqua ad ogni scarico senza modificarne minimamente il funzionamento e le abitudini dell'utente – annuncia il Presidente di Aato 4, Dario Casini. Il risparmio non è solo d' acqua, ma anche di energia elettrica e di prodotti per la depurazione". Statistiche nazionali indicano che ciascuna persona utilizza lo scarico del bagno almeno sei volte al giorno (fonte: www.forumrisparmioacqua.it)

O ancora, le iniziative raccontate da Massimo Cirri e Filippo Solibello nella trasmissione Caterpillar di Radio 2, tra queste quella di Casalmaggiore e altri comuni della Lombardia che distibuiscono, gratuitamente, acqua del rubinetto frizzante da fontanelle pubbliche.

Il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua ha raccolto un gran numero di testimonial (musicisti, attori, scrittori ecc) a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare al fine di sottrarre l'acqua, questo bene essenziale alla vita, alle leggi del mercato e della concorrenza e per garantire a tutti l'accesso gratuito al quantitativo d'acqua minimo vitale giornaliero. Tra gli "Artisti per l'Acqua" Ivano Fossati, Stefano Benni, Beppe Grillo, Neffa, Marco Paolini, Cecilia Chailly e molti altri (www.acquabenecomune.org).

E' un percorso ancora lungo quello della sensibilizzazione della politica, e dei cittadini, sul tema dell'acqua come bene comune, sulla sua gestione libera e sull'uso responsabile, con passi, come il decreto 23 bis, che fanno indignare, ma non abbattono il movimento dal basso. Le tante iniziative che si diffondono, anche grazie ai passaparola, ai blog, ad internet sono un segnale di un movimento vivace, fatto di parole ma anche di gesti molto concreti, come sono concrete le bottigliette riutilizzabili, gli erogatori di acqua corrente gassata, gli adesivi per le brocche o i sacchetti per gli sciaquoni.

  

 
Numeri. 2 10/25/2008
 

Sotto attacco i ricongiungimenti familiari e il diritto d’asilo E’ stato approvato dal Consiglio dei Ministri il testo dei decreti legislativi già in esame presso la Commissione Europea. Le norme prevedono modifiche dei decreti di recepimento delle direttive europee in senso restrittivo.

In questione, per quanto riguarda il diritto d’asilo, c’è la restrizione della libertà di circolazione con la previsione della possibilità, per i prefetti, di limitare ad un’area geografica gli spostamenti dei richiedenti asilo fino alla decisione della commissione esaminatrice.
Un nodo non indifferente riguarda la possibilità di essere trattenuti nei Cie nel caso di domande presentate da chi è in posizione irregolare di soggiorno, come pure la non sospensione del provvedimento di espulsione durante i ricorsi.

Le modifiche in senso restrittivo che riguardano i ricongiungimenti, vanno a toccare le norme stabilite dal decreto legislativo n.5 del 2007 relativo al diritto al ricongiungimento familiare da parte di figli minori, coniugi e genitori, riconosciuto a livello internazionale dalla convenzione n. 143 del 1975 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, approvato dall’Unione europea con la direttiva n. 86 del 2003.


La prima delle modifiche che si intendono realizzare riguarda i requisiti di reddito del richiedente l’ autorizzazione al ricongiungimento familiare. Attualmente è necessario che il lavoratore straniero (in possesso di un permesso di soggiorni con durata almeno annuale) abbia un reddito minimo pari all’importo annuo dell’assegno sociale, per richiedere il ricongiungimento per una persona, il doppio per tre o quattro persone e il triplo per più di quattro familiari. La nuova proposta vuole aumentare la somma necessaria per ogni persona da ricongiungere. Testualmente, il nuovo comma 3) lettera bis dell’articolo 1 del decreto lgs n. 5 del 2007 richiede la disponibilità “di un reddito minimo annuo derivante da fonti lecite non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale aumentato della metà dell’importo dell’assegno sociale per ogni familiare da ricongiungere. Per il ricongiungimento di due o più figli di età inferiore agli anni quattordici ovvero per il ricongiungimento di due o più familiari dei titolari dello status di protezione sussidiaria è richiesto, in ogni caso, un reddito non inferiore al doppio dell’importo annuo dell’assegno sociale. Ai fini della determinazione del reddito si tiene conto anche del reddito annuo complessivo dei familiari conviventi con il richiedente;”.
La richiesta all’autorizzazione della ricongiunzione familiare diventerebbe così impossibile per moltissimi lavoratori che oltre al reddito, lo ricordiamo, devono dimostrare di avere a disposizione un alloggio che rispetti i parametri minimi previsti dalla legge regionale.


Si potrebbe proporre, come soluzione, il ricongiungimento familiare da parte di una persona alla volta. Per esempio, il marito potrebbe essere ricongiunto prima dalla moglie o del figlio più grande prossimo alla maggiore età che insieme al padre riuscirebbe ad ottenere il reddito necessario per il ricongiungimento degli altri membri della famiglia. Il primo caso è praticamente impossibile perché i figli rimarrebbero da soli mentre nel secondo caso si tratta di una lunga e complicata procedura la quale, in caso di perdita del lavoro, verrebbe automaticamente annullata.


Queste ulteriori complicazioni alla domanda di ricongiungimento familiare sembrano un “attacco frontale” ad un diritto fondamentale che non rappresenta in alcun modo una minaccia all’ordine pubblico e alla sicurezza sociale e non comporta particolari costi a carico delle amministrazioni del paese. Al contrario, è un fattore positivo per l’inserimento nel tessuto sociale degli immigrati considerando il miglior radicamento delle persone che deriverebbe dalla presenza della loro famiglia.
L’aumento dei requisiti di reddito per il ricongiungimento familiare sarebbe così un ulteriore causa di aumento di ingressi irregolari nel paese da parte di familiari che vogliono legittimamente raggiungere il residente in Italia a tutti i costi, esercitando in questo modo un diritto ‘naturale’ in modo forzatamente illegale.
Il dibattito intorno alla proposta formulata lo scorso 1 luglio tradotta poi nel decreto in questione ha toccato anche il tema della poligamia. Si è proposto il più severo controllo da parte del governo per evitare l’ingresso di più coniugi. Questa è una paura infondata visti i rarissimi casi di tali richieste; bisogna tener in mente che la poligamia, laddove è consentita, è un lusso.
E’ importante distinguere tra casi di poligamia e le regolari richieste di ricongiungimento familiare.
Quando un padre richiede l’ingresso di sua moglie e allo stesso tempo suo figlio maggiorenne chiede il ricongiungimento di sua madre naturale, anche se essa è una moglie precedente del padre, si tratta di due procedure distinte: ognuno dei richiedenti legittimamente propone una domanda riguardante il suo legame familiare.

Un altro punto di discussione riguarda l’ingresso dei figli maggiorenni. La normativa attuale prevede l’autorizzazione al ricongiungimento familiare di figli maggiorenni che per gravi motivi di salute non possono provvedere per il proprio sostentamento e che quindi sono a carico del genitore richiedente. La nuova proposta invece vuole aggiungere come requisito al ricongiungimento l’invalidità al 100% documentata nel paese di origine. Una prima complicazione che deriva da questa proposta sarebbe la difficoltà nel procurare una certificazione sulla percentuale di invalidità nel paese di origine. Non è poi comprensibile il fatto che una persona invalida al 85%, che comunque non può lavorare e quindi provvedere a se stessa, non sia idonea a raggiungere la propria famiglia. I casi di questo genere sono talmente pochi che è difficile capire il bisogno di introdurre ulteriori complicazioni alla procedura soprattutto considerando che essi non presentano alcun rischio alla sicurezza nazionale.
Altro punto presente nelle novità è l’autorizzazione al ricongiungimento familiare da parte di genitori a carico, ove si propone un ritorno alla vecchia procedura legata all’introduzione della legge Bossi-Fini, modificata solo in seguito proprio dal Decreto Lgs 5 del 2007. Il genitore per il quale si richiede il ricongiungimento non dovrebbe avere altri figli nel paese di origine e nel caso ve ne fossero, sarà necessario dimostrare che essi non possano mantenere i genitori per documentati e gravi motivi di salute.
Nel caso di altri figli emigrati in altri paesi, sarebbe quindi necessario presentare la documentazione che attesti il loro status. Inoltre servirà dimostrare che i genitori sono a carico, e cioè, che non percepiscono un loro reddito. Si intende ripristinare questa normativa e aggiungere un ulteriore requisito. Si tratta del pagamento di una polizza sanitaria per il genitore, non solo al suo ingresso, ma anche per tutta la durata del suo soggiorno. In questo caso, diversamente degli italiani, l’assicurazione del servizio nazionale del lavoratore coprirebbe solo i coniugi e i figli minori e non i genitori a carico. Una polizza sanitaria costerebbe più di 1000 euro all’anno senza considerare che essa aumenta con l’età delle persone perché considerate più a rischio. Questo sarebbe un costo insostenibile per un lavoratore e indurrebbe all’ingresso illegale del genitore e al seguente rischio di espulsione con delle gravi sanzioni per il figlio.
Inoltre si è proposto di introdurre il ricorso all’esame del DNA quando vi siano dubbi sull’autenticità dei documenti provenienti dal paese terzo..

Un’altra modifica delle norme sul ricongiungimento familiare riguarda i tempi della procedura che da tre mesi passerebbe a sei. Oggi, se entro i tre mesi non si ottiene il nulla osta richiesto allo sportello unico, il richiedente può spedire i documenti con l’apposito timbro al consolato italiano che dovrebbe, in modo automatico, rilasciare il visto d’ingresso al familiare. Purtroppo i consolati italiani non seguono questa procedura e aspettano, anche dopo i tre mesi, la risposta dagli uffici competenti in Italia. Ora si prevede un prolungamento della procedura a 6 mesi i quali, in pratica, vengono considerati il tempo minimo di attesa (anche se l’Unione europea ha come termine minimo due mesi).
La nuova pratica telematica avrebbe dovuto ridurre notevolmente i tempi per la procedura di ricongiungimento familiare. Dal 10 aprile scorso tutte le domande sono state presentate direttamente attraverso il web, ma i risultati sono poco convincenti – tuttora solo il 5% delle domande ha avuto una risposta nei tempi previsti.
[ giovedì 25 settembre 2008 ]

Asilo e Ricongiungimenti - Pubblicati in G.U. i decreti che modificano la normativa
Pesanti restrizioni ai ricongiungimenti ed al diritto d’asilo in vigore dal 5 novembre Foto di Nicoletta Acerbi Restrizione dei criteri di reddito e dei casi in cui è possibile il ricongiungimento, tempi più lunghi per l’ottenimento del visto. Per i richiedenti asilo, restrizioni della libera circolazione, trattenimento nei Cie per i respinti o gli espulsi e espulsione possibile prima della presentazione del ricorso. Sono stati pubblicati nella Gazzetta ufficiale n. 247 del 21 ottobre 2008 i due decreti legislativi con i quali il governo adotta nuove norme in materia di ricongiungimenti familiari e diritto d’asilo.

I decreti, i vigore dal 5 novembre, andranno a modificare altri decreti legislativi che davano attuazione alle direttive europee in materia, rispettivamente:

Ricongiungimenti
  Decreto Legislativo n. 5 dell’8 gennaio 2007
  Direttiva 2003/86/CE del 22 settembre 2003

Asilo
  Decreto legislativo n.25 del 28 gennaio 2008
  Direttiva 2005/85 del Consiglio Europeo del 1 dicembre 2005

Cosa cambia?

I ricongiungimenti familiari
Con l’introduzione delle nuove norme in vigore dal 5 novembre cambiaranno i requisiti per poter richiedere il ricongiungimento in particolare:

Reddito. Sarà possibile effettuare il ricongiungimento solo per chi è in grado di dimostrare un reddito pari all’importo annuo dell’assegno sociale (5142,67 euro) aumentato della metà dello stesso importo per ogni familiare da ricongiungere. Rimane invece il tetto del doppio dell’assegno sociale, per chi vuole ricongiungersi a due o più figli minori di 14 anni o per chi gode di protezione sussidiaria e vuole ricongiungersi a due o più familiari.
Prima delle modifiche era sufficiente disporre di un reddito pari all’importo annuo dell’assegno sociale, per ricongiungersi ad un familiare; pari al doppio per due o tre persone, o al triplo dell’importo annuo stabilito dall’INPS se si chiedeva il ricongiungimento di quattro o più persone (art. 29 comma 3 lettera b).
In ogni caso, è stato accolto ciò che in questi anni la giurisprudenza aveva abbondantemente chiarito, cioè la possibilità, ai fini del ricongiungimento, di cumulare i redditi dei familiari conviventi.
Coniuge. Solo se maggiorenne.
Figli maggiorenni. Solo se a carico ed invalidi al 100%.
Prima delle modifiche era sufficiente dimostrare che non potevano provvedere a se stessi.
Genitori. Sarà possibile ricongiungere i genitori solo se non visono altri figli in patria oppure, nel caso abbiano più di 65 anni se gli altri figli non sono in grado di mantenerli per documentati e gravi motivi di salute.
Dna. Si prevede il test del Dna a spese degli interessati nei casi in cui vi siano ragionevoli dubbi sull’autenticità del rapporto di parentela.
Copertura sanitaria. Per il ricongiungimento con i genitori ultrasessantacinquenni sarà necessario stipulare un’ulteriore assicurazione sanitaria che si aggiunge ai contributi già versati dal lavoratore che assume a suo carico il ricongiunto.
Tempi. Si porta da 90 a 180 giorni (da tre mesi a sei) il limite massimo oltre il quale, se lo sportello unico non rilascia il nulla osta, gli interessati possono ottenere il visto direttamente alle rappresentanze diplomatiche e consolari del paese d’origine.

Il testo del decreto:
  Decreto Legislativo n.160 del 3 ottobre 2008
Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 8 gennaio 2007, n. 5, attuazione direttiva relativa al diritto di ricongiungimento familiare
Pubblicato in G.U. n. 247 del 21 ottobre 2008
Entrata in vigore: 5 novembre 2008

Asilo
Con le nuove norme in vigore dal 5 novembre si prevede, in attesa della decisione della Commissione in merito alla domanda di asilo, che il Prefetto stabilisca una restrizione della liberta di circolazione dei richiedenti circoscrivendola al luogo di residenza.
E’ prevista la possibilità di espulsione prima del ricorso in caso di diniego della domanda (questo sembra essere il punto più critico del nuovo decreto).
E’ previsto il trattenimento nei Cie senza deroghe, nel caso di destinatari di provvedimenti di espulsione o di respingimento che presentino domanda di asilo.
Si introduce un criterio di rigetto immediato della domanda quando si evinca manifesta infondatezza o, dice il testo del decreto, quando "e’ stata presentata al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione di un provvedimento di espulsione o respingimento".

Il testo del decreto:
  Decreto Legislativo n. 159 del 3 ottobre 2008
Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25, recante attuazione della direttiva 2005/85/CE relativa alle norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato
Pubblicato in G.U n.247 del 21 ottobre 2008
Entrata in vigore: 5 novembre 2008


[ mercoledì 22 ottobre 2008 ]

da www.meltingpot.org

 
Numeri. 1 10/25/2008
 

L'economia dell'ignoranza

22/10/2008     di Pietro Greco

L’Italia investe nel «pacchetto conoscenza» il 5,4% del Pil. Contro il 7,5% circa di Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone, o addirittura il 10% circa di Stati Uniti, Corea e Svezia. In questo contesto, ecco le grandi linee della politica per la ricerca scientifica del governo

Mentre il ministro competente, Mariastella Gelmini, se ne resta silente – come rileva in un editoriale la più diffusa e più prestigiosa rivista scientifica al mondo, l’inglese Nature – in pochi mesi il nuovo governo Berlusconi, attraverso soprattutto il ministro per l’economia Giulio Tremonti e il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, ha delineato la sua politica per la ricerca scientifica in Italia. Con decisioni importanti sia di natura congiunturale, sia di prospettiva strategica.

La decisione di cui si parla di più in questi giorni riguarda il blocco della procedura di stabilizzazione dei precari negli Enti pubblici di ricerca (Epr) voluto dal ministro Brunetta. Il blocco impedirà ad almeno 2.637 su 4523 “stabilizzandi” – ovvero ricercatori con contratto a tempo determinato ma con titoli già maturati per l’assunzione definitiva – non solo di avere contratto a tempo indeterminato, ma di poter continuare a lavorare nel mondo della ricerca pubblica. Chi non sarà “stabilizzato” sarà, di fatto, cacciato via. Così, in un colpo solo, gli Enti pubblici di ricerca perdono la componente più giovane (e spesso più attiva) del proprio personale e il paese rinuncia a quasi il 4% delle sue risorse umane nella ricerca, mentre il tutto il mondo l’universo dei ricercatori tende a crescere. In realtà il danno sarà ancora più grande. Perché il blocco voluto da Brunetta toglie la speranza di un lavoro stabile da decine di migliaia di altri precari (circa 50.000), creando le premesse per una fuga di massa dei giovani dalla ricerca scientifica in Italia. Paradossale. Perché la nostra comunità scientifica soffre di due mali strutturali: è piccola (in termini assoluti e in termini relativi) rispetto a quelle degli altri paesi europei ed è vecchia: l’età media dei ricercatori italiani è infatti molto elevata, tanto che tra pochi anni avremo un autentico “picco” di pensionamenti. Espellendo tanti giovani, l’intervento di Brunetta ottiene il duplice e ben poco desiderabile effetto di far dimagrire ulteriormente la nostra già magra comunità scientifica e di impedire il ricambio generazionale. In poche parole: intorno al 2015 avremo un numero elevatissimo di ricercatori che andranno in pensione e non avremo chi è in grado di prenderne il posto.

Una secondo grappolo di decisioni prese dal governo Berlusconi riguarda il taglio dei fondi alle università, il blocco quasi totale del turn-over e le garanzie a tutela del sistema finanziario. Nei prossimi 5 anni gli atenei italiani dovranno rinunciare complessivamente a ben 4 miliardi di euro. E potranno sostituire solo un ricercatore su cinque tra quelli che andranno in pensione. Il che significa che ci saranno meno risorse a disposizione, materiali e umane, sia per la didattica che per la ricerca. Con il rischio di ulteriori tagli, visto che il governo ha posto i fondi per l’università e la ricerca tra quelli utilizzabili per coprire le eventuali perdite del sistema bancario.

Una terza decisione – in apparenza minore, ma in realtà pericolosa per l’autonomia della comunità scientifica – ha riguardato il commissariamento dell’Agenzia spaziale italiana (Asi). Il governo Berlusconi ha mandato via – senza giustificazione – uno scienziato di fama internazionale, Giovanni Bignami, da poco nominato presidente con il metodo del search committee (scelta del Ministro in una rosa di tre nomi indicati dalla comunità scientifica), dando l’impressione di voler riassumere – come ai tempi di Letizia Moratti – il controllo politico pieno delle strutture pubbliche di ricerca e di sviluppo tecnologico. Un’impressione corroborata dall’approvazione su proposta della Lega, lo scorso 7 ottobre, presso la X Commissione della camera dei Deputati, di un emendamento al decreto governativo «Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia» con cui – senza alcuna discussione e senza alcuna indicazione di prospettiva – viene soppressa l'Enea (l’Ente per le nuove tecnologie,
l'energia e l'ambiente) e costituita l’Enes (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile). Le risorse finanziarie, strumentali e di personale dell'Enea passano all'Enes. In nessun paese al mondo una struttura di ricerca viene chiusa o creata in pochi minuti in Parlamento, senza alcuna valutazione di merito e senza aver almeno ascoltato la comunità scientifica.

Insomma, finora il messaggio del nuovo governo è chiaro: la ricerca pubblica italiana va ridimensionata nei fondi, nelle risorse umane e nell’autonomia dalla politica.

In realtà c’è di più. Ci sono scelte di carattere strategico, sia pure solamente abbozzate. C’è per esempio l’indicazione, contenuta nella legge 133/08, che le università possano trasformarsi in fondazioni. Diventare, cioè, soggetti di diritto privato che cercano sul mercato le risorse per vivere e svilupparsi. A volerla prendere sul serio, questa norma rappresenta una svolta epocale: la conoscenza acquisibile mediante l’educazione terziaria cessa di essere in linea di principio un bene pubblico e diventa un bene di mercato, accessibile in maniera privilegiata ai più ricchi. Soprattutto in un paese dove gli attori economici privati disponibili a investire nella conoscenza sono pochi e le tutele a favore del merito del tutto mancanti. A volerla prendere come l’hanno presa i rettori, la norma sembra preludere a ulteriori tagli strutturali della risorse pubbliche a favore delle università.

In ogni caso è chiaro che la politica della ricerca del governo Berlusconi accelera il cammino nella direzione opposta a quella indicata dall’Unione europea nel 2000 a Lisbona (l’Europa leader dell’economia della conoscenza) e ribadita nel marzo 2002 a Barcellona (investimenti in ricerca pari ad almeno il 3% del Pil entro il 2010). Quasi tutti i paesi europei sono lontani dalla soglia di Barcellona: la media europea è ora attestata all’1,8%. Ma nessuno – tranne l’Italia – sta diminuendo i suoi investimenti, pur essendo in coda al convoglio (l’Italia investe l’1,0% del Pil in ricerca).

L’economia della conoscenza può essere interpretata (e praticata) in molti modi. In una lettura puramente neoliberista accentua le insostenibilità sociali, perché la conoscenza diventa un nuovo fattore di esclusione sociale. Tuttavia è difficile immaginare un’economia sostenibile sia da un punto di vista sociale sia da un punto di vista ambientale senza conoscenza. Sappiamo, per esempio, che le imprese che producono beni a più alto valore di conoscenza aggiunto retribuiscono meglio i propri lavoratori. E che i paesi più all’avanguardia nella difesa dell’ambiente, sono anche i paesi che investono di più nelle nuove tecnologie amiche dell’ambiente.

Anche in una prospettiva di decrescita serena, la conoscenza ha un valore decisivo: senza lo sviluppo della conoscenza come bene pubblico globale è difficile immaginare un processo sereno di riduzione dei consumi. D’altra parte non è un caso che i paesi europei in cui il sistema di welfare è rimasto più solido e le disuguaglianze sociali sono più contenute – per esempio nei paesi del nord dell’Europa – si è avuto uno sviluppo senza precedenti del «pacchetto conoscenza», ovvero degli investimenti in ricerca scientifica e in educazione (primaria, secondaria e terziaria). E neppure è un caso che l’Italia, col suo singolare sistema produttivo fondato su un «modello senza ricerca», sia il paese europeo che ha le maggiori difficoltà a rispettare gli impegni di Kyoto (riduzione delle emissioni di gas serra) e sia politicamente impegnato a svuotare di contenuto le necessarie politiche del «dopo Kyoto», a iniziare dalla politiche europee sintetizzate nel progetto 20-20-20 (20% di risparmio energetico, 20% di energia da fonti rinnovabili, 20% in meno di emissioni di gas serra) entro l’anno 2020.

Ebbene, secondo i dati dell’Ocse l’Italia (paese in cui la disuguaglianza sociale è aumentata più velocemente che altrove) investe nel «pacchetto conoscenza» il 5,4% del Pil. Contro il 7,5% circa di Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone, o addirittura il 10% circa di Stati Uniti, Corea e Svezia.

Gli altri – qualsiasi sia il loro modello economico – investono molto e tendono ad aumentare i loro investimenti in conoscenza. Noi investiamo poco e tendiamo a diminuire gli investimenti in conoscenza. Gli altri sono impegnati a costruire il futuro (alcuni in maniera più sostenibile, altri decisamente meno). Noi stiamo perdendo la possibilità stessa di costruire il futuro. A maggior ragione la possibilità di costruire un futuro sostenibile.


da: www.sbilanciamoci.info






 
 

Mal tollerare il dissenso in nome di un consenso maggioritario, il “lasciateci fare: Dio/ il popolo/ la gggente è con noi”, è uno dei tratti immediatamente riconoscibili di chi ha una concezione di sé e del proprio ruolo tanto lontana dai principi e dai valori democratici quanto pericolosamente vicina al totalitarismo e al populismo.

La “supremazia della maggioranza” così intesa diventa legittimazione al rifiuto dell ascolto di tutte le ragioni, del pubblico dibattito, della contestazione, della dialettica ( che un tempo veniva aggettivata appunto con democratica) piuttosto che  -temporanea-  assunzione di responsabilità. Quando poi quel rifiuto acquista la rudezza della voce grossa e l urto dei muscoli esibiti, è inevitabile che un brivido scorra e che la preoccupazione si addensi.

Oggi è il giorno dopo. La promessa/minaccia/dichiarazione di intenti del premier è su tutti i giornali.

Difficile e soprattutto sgradevole farne rassegna.

Scelgo un editoriale, verbale e involontario, di non professionista. Di una giovane ma non più giovanissima donna. Di quelle con i figli piccoli, quelle che sobbalzano se il cellulare squilla alle dieci del mattino perché potrebbe essere la scuola, di quelle che hanno sempre cronicamente ore di lavoro da recuperare perché la loro struttura organizzativa  prevede sequenze zeppe di passaggi stretti, di ultimi minuti, di strade da percorrere con i tempi dei semafori calcolati e non si può sgarrare . Di quelle che stirano di notte, cucinano all alba e lasciano da riscaldare. Una così.

Una così stamattina mi racconta della sua bambina che non vuole che le si taglino i capelli.

Che “ha un polipo in testa e non si può mica più rimandare”, che fa i capricci e così rischia di far saltare la torre di incastri, tanto abilmente eretta, fra i tempi di tutti, della scuola, del lavoro, della vicina solidale e della cortese parrucchiera.

Una che poi ride, ma è un riso tanto acuto da essere lacerante,  e dice: “ Invieremo  le forze dell ordine contro i bambini che non vogliono tagliarsi i capelli!”.

 

E scelgo due quotidiani, come si dice, di area governativa. Anzi, uno di area e l'altro organo di partito al governo. Sembrano aver già inviato gli infermieri e le ambulanze. Dopo le forze dell ordine, s intende.  

Non c è come la paura per anestetizzare le coscienze.  

                                                                             Cuorerosso

 

 

SCUOLA: LA PADANIA, TORNANO INCIDENTI IN PIAZZA. COSA ACCADRA' IL 25?

 

(ASCA) - Roma, 22 ott - ''La piazza rossa torna a picchiare''. Cosi' apre oggi il giornale della Lega, la Padania, che mette sotto il titolo una grande fotografia che ritrae un momento degli scontri avvenuti ieri a Milano tra forze dell'ordine e studenti. Ma e' il sommario che lascia chiaramente intendere quale sia il contenuto dell'articolo: 'Bossi lo aveva detto, la sinistra rivuole il '68 sfruttando studenti e immigrati. Cosa accadra' il 25 ottobre?'. Ecco, il riferimento e' alla manifestazione organizzata per sabato prossimo dal Pd a Roma per protestare contro i provvedimenti adottati dal governo, a partire dal decreto Gelmini sulla scuola.

La Lega, nell'articolo che segue il titolo di apertura a forma di Matteo Mauri (gia' portavoce di Roberto Maroni ministro nel precedente governo Berlusconi), sostiene che dopo il risultato elettorale dello scorso aprile, con la netta vittoria del centrodestra, ''c'e' chi ha deciso di giocare con la piazza. Si tratta di una partita pericolosa: c'e' chi sta scherzando col fuoco e non si capisce se lo faccia inconsapevolmente o con calcolo''. Dopo una serie di manifestazioni contro la riforma della scuola ''ecco che ieri a Milano si sono verificati i primi scontri tra studenti e forze di polizia. Ragazzi mandati allo sbaraglio dai cattivi maestri del terzo millennio, che dopo aver fatto loro il lavaggio del cervello per settimane hanno dato l'ordine di 'attaccare', in modo da preparare - scrive il giornale del Carroccio - un clima rovente in vista della manifestazione di sabato. Roba da voltastomaco, roba da sinistra disperata''.


 

 

 

ATTENTI A VOI, RAGAZZI

Vittorio Feltri Pubblicato: 23/10/08

Il giorno del giudizio è arrivato. Oggi professori e studenti, uniti in un sodalizio innaturale, abbandonano i loro ruoli diversi e contrapposti per marciare insieme contro il nemico comune: il governo in generale e la ministra Mariastella Gelmini in particolare. Motivo: la “riforma che non c’è”. Di questo si tratta, uno sciopero senza senso organizzato con un pretesto meschino, quello dei tagli ai finanziamenti della scuola. Quali tagli? In campagna elettorale entrambi gli schieramenti erano d’accordo sul ridimensionamento della spesa pubblica, sulla eliminazione degli sprechi. Ha vinto Berlusconi ed è stato di parola. Tremonti, responsabile del dicastero Economia, ha imposto una limatura al bilancio di ogni ministero con portafogli, quindi anche al bilancio dell’Istruzione che, tuttavia, ha goduto di un beneficio rispetto ad altri settori: la sforbiciata ai conti avverrà in tre anni anziché in uno solo. La sinistra non dovrebbe avere nulla da eccepire, invece ha cambiato idea e protesta. La sua coerenza è andata a farsi benedire. I massimalisti, come hanno sentito odore di sciopero, si sono allineati e hanno “armato” le proprie legioni di professionisti della piazza; i sindacati hanno fatto lo stesso e ora l’Italia si trova in balìa (...) (...) di una manifestazione nazionale priva di un vero perché. I registi della mobilitazione hanno scopi che non c’entrano con la scuola; puntano a scatenare un gran casino politico (continua….)

 

 

 

 
Post Title. 10/22/2008
 

Istanbul, settembre 2008.

Due ragazze ci precedono. Passeggiano, come noi,  nel pomeriggio tiepido, fra file di ambulanti che vendono dolci, mandorle caramellate e ciambelle. Proprio alle spalle della Moschea Blu e a poca distanza da Santa Sofia, nel cuore storico della città vecchia dove i culti e i simboli si incrociano e si mescolano. Hanno il passo rapido e danzante delle ragazze di ogni luogo, vestono abiti di buon taglio e di morbido tessuto. Lasciano oscillare borse alla moda e si tengono per mano.

Entrambe, a capo coperto.

Ne abbiamo viste altre, ne abbiamo viste molte. Gruppi di donne con i loro fazzoletti coloratissimi. Anche meno eleganti, anche meno giovani, anche meno,  presumibilmente,  ricche.

Intere schiere di capi coperti e volti sorridenti e bocche inarrestabili di cicalecci e risate. Tutte attente a conservarsi insieme, a mantenere il passo e l integrità di quel piccolo, gioioso drappello.

Difficile, almeno per me, conciliare il senso oppressivo del velo - controllo e mortificazione del corpo delle donne - con ciò che i miei sensi coglievano, e cioè una sorta di rappresentazione spontanea – visibile ed udibile - di gioia,  pudore,  gusto e sorellanza.

Quell immagine,  che mi è rimasta in mente e sul computer,  ha dunque avuto la forza di spingermi   oltre il limite angusto del pregiudizio, del verdetto frettoloso che schiva sfumature e riflessioni per aggrapparsi saldamente ad un buono/cattivo, ad un accettabile/inaccettabile troppo rapidamente confezionati.

Ho sentito di dover pensare ancora. Di dover capire ancora. Di dover ancora trovare il nocciolo vero della questione. Strappare il velo è di per sé emancipazione? E se non fosse quello il punto?

Hanno le donne la possibilità di sentirsi insieme e coinvolte nel medesimo percorso di liberazione e di costruzione di un altro possibile mondo, ad occidente come ad oriente?

 

Per fortunata coincidenza, anche Micromega, nel suo ultimo numero, si pone analoga domanda.

Con due contributi. Di segno differente.

Li propongo a chi sta leggendo. Con dichiaratissima speranza di trovar commenti 

                                              Cuorerosso

 

Il velo islamico e i valori della sinistra

A Venezia una donna col volto coperto dal niqab non ha potuto visitare un museo. Si è subito gridato all’intolleranza. Ma una cultura laica, progressista, di sinistra può accettare che quel poco di libertà individuale ed emancipazione femminile faticosamente conquistato venga messo in discussione in nome di un fondamentalismo religioso denigratorio nei confronti della donna?

di Cinzia Sciuto, da MicroMega 5/08, in edicola


Il primo passo per la messa in discussione dei princìpi democratici e di civile convivenza è la previsione di eccezioni alle regole. Si inizia con l’eccezione dettata dal «buon senso» (di chi?) e la deriva è imprevedibile. Raramente in Italia leggi e regolamenti sono così chiari e inequivocabili come il regolamento dei Musei civici veneziani, che recita: «Per il decoro delle sedi e il rispetto dei visitatori, non è consentito accedere ai musei in abbigliamento balneare o succinto; non è inoltre consentito l’accesso a viso coperto». Dunque: non posso entrare al museo in costume da bagno né con una vertiginosa minigonna e un top striminzito. Né con il viso coperto. Così come altrettanto chiara è la legge che vieta di frequentare luoghi pubblici (ergo: qualunque posto che non sia casa mia) con il volto coperto. Qualunque sia la ragione. Lo scorso agosto al museo di Ca’ Rezzonico a Venezia si presenta – accompagnata dal marito – una donna con il niqab, che è un tipo di velo che lascia scoperti solo gli occhi. La signora rientrava perfettamente nel divieto e pertanto uno dei custodi del museo, applicando il regolamento, l’ha invitata a uscire. Discriminazione? Razzismo? Islamofobia? La ragione soggettiva della guardia ci interessa ben poco, ma il suo intervento ci pare semplicemente ineccepibile.
Se la legge è uguale per tutti, infatti, non si vede davvero per quale ragione la signora col volto coperto dal niqab dovrebbe godere del privilegio dell’eccezione. La fede religiosa della donna di fronte alle leggi dello Stato vale (deve valere) esattamente quanto qualunque altra credenza soggettiva. In Africa ci sono molte tribù in cui la nudità non è un tabù, ma la normalità, e le donne usano andare in giro a seno scoperto. Cosa farebbe il direttore del museo – che si è subito affrettato a scusarsi con la signora e a redarguire il custode – di fronte a una donna africana che pretendesse di entrare a seno nudo? Si appellerebbe di certo rigorosamente – e giustamente – al regolamento e taccerebbe quell’abbigliamento come «succinto», nonostante nella cultura di quella donna il seno scoperto non abbia nulla di sconveniente o indecoroso. Per quanto la nostra simpatia di donna vada all’africana tette al vento, non avremmo nulla da biasimare in un simile comportamento del direttore del museo. Le regole sono regole. E qual è la differenza con il caso della donna interamente velata? Non ci verrà a dire – il nostro direttore – che la credenza della donna africana vale meno di quella della donna musulmana. O sì?


Una differenza, a dire il vero, c’è. Nel caso di Ca’ Rezzonico, infatti, non c’è in gioco il semplice rispetto delle regole (che già in questo paese sarebbe tanto). Si dice: le leggi e le regole devono stare al passo con i tempi, devono recepire la complessità della società in continua evoluzione, accogliere le istanze che altre culture, fino a qualche decennio fa a noi completamente estranee, pongono. Bene, ma a che prezzo? E soprattutto: in che direzione? Non va taciuto, infatti, come invece vorrebbe una malintesa political correctness, l’aspetto centrale della vicenda: checché ne blateri un certo multiculturalismo di moda anche (e forse soprattutto) a sinistra, il velo che copre il volto è un chiaro segno di sottomissione della donna. A prescindere da qualunque giustificazione religiosa, storica, culturale. E a prescindere dalla eventuale «libera» adesione della donna in questione, che non cambierebbe neanche di una virgola il significato simbolico associato al velo, e in generale a tutte le ferree indicazioni sull’abbigliamento femminile presenti in molte tradizioni religiose, non solo quella islamica. Semplifico: il corpo della donna, diabolica tentazione per l’uomo, va coperto agli occhi indiscreti del maschio estraneo; solo il marito ha il diritto di godere della vista dell’oggetto tentatore. Mai che un precetto religioso imponga all’uomo di abbassare quello sguardo impertinente: sia la donna a coprirsi! Può essere comprensibile quindi che il velo possa talvolta trasformarsi in un alleato della donna e farla addirittura sentire «libera». Questa «liberazione» l’ha provata anche Naomi Wolf, storica femminista statunitense, autrice di Il mito della bellezza, in cui denuncia come la bellezza a tutti i costi sia diventata la nuova forma di sottomissione e controllo sociale della donna nella cultura occidentale. «Un giorno in Marocco», racconta Wolf in un articolo tradotto sulla Stampa qualche settimana fa, «ho messo un shalwar kameez [un abito con pantaloni e casacca lunga] e un velo per andare al bazar. Una parte del calore che ho trovato era probabilmente dovuto alla novità di vedere una donna occidentale vestita così, ma mentre giravo per il mercato – la curva del seno coperta, la forma delle gambe oscurata, i lunghi capelli che non svolazzano intorno al viso – ho provato un insolito senso di calma e serenità. Mi sono sentita, in un certo modo, libera». Ma di che tipo di libertà stiamo parlando? Una libertà condizionata: mi sento libera a condizione di coprire il mio corpo, e negarlo alla sguardo degli uomini. È – se ce ne fosse bisogno – la conferma del significato di sottomissione del velo, e in generale di qualunque precetto che mortifica il corpo femminile, imponendo alla donna di coprirlo, nasconderlo, comportarsi come se fosse asessuata, immateriale, incorporea, se vuole sentirsi libera. E il fatto che nella cultura occidentale le donne non sono libere di invecchiare, sono diventate schiave della bellezza a tutti i costi e della eterna giovinezza e spesso non sono rispettate come donne e come madri – come Naomi Wolf ci insegna – significa semplicemente che molta strada c’è ancora da fare anche da noi. Ma guardando avanti, e non certo rassegnandosi a tornare indietro.
Insomma, per tornare all’episodio da cui siamo partiti, può il nostro paese accettare che quel poco di libertà individuale ed emancipazione femminile faticosamente conquistato venga messo in discussione in nome di un fondamentalismo religioso denigratorio nei confronti della donna? Un fondamentalismo peraltro non troppo lontano da quello che combattiamo quotidianamente in casa nostra (e che sempre sul corpo delle donne si esercita volentieri)?


Pare poi, così raccontano le cronache, che la signora in questione appartenesse a una famiglia piuttosto benestante: testimoni raccontano che il marito e la figlia erano vestiti «in maniera impeccabile, all’occidentale» e che persino il tessuto dell’abito della signora, velo compreso, fosse «raffinato e costoso». Insomma il ritratto è quello di una famiglia musulmana altolocata e di cultura medio-alta, visto che in pieno agosto al posto di andare al mare – magari proprio perché la signora non potrebbe mettersi comodamente in costume da bagno? – aveva deciso di visitare un museo. Verrebbe da dire: embè? Forse che la sottomissione è più accettabile se circondata da sete di lusso e arazzi del Settecento? Così sembrerebbe pensare Luigi Manconi, che in un surreale articolo uscito domenica 7 settembre sull’Unità (e che si proponeva addirittura come «promemoria per la sinistra») sottolinea che «mentre una parte non irrilevante delle donne italiane passa la sua estate seminuda e in sandaloni, unta di creme e olii e odorante di cocco e maracuja, sotto un’ombrellone [scritto proprio così, con l’apostrofo], quella strana figura avvolta da un lenzuolo nero, voleva farsi un giro tra le sale di un museo». Le cose sono complicate, sentenzia Manconi: quel che sembra emancipazione non sempre lo è (e questo non ce lo deve venire a insegnare Manconi, preferiamo leggere Naomi Wolf) e quel che sembra sottomissione può invece rivelarsi addirittura raffinatezza culturale, avvolta da un «lenzuolo nero». Che le cose siano complicate è un’ovvietà. E quindi, per esempio, è ovvio che il burqa non è la stessa cosa di un semplice foulard sulla testa. Così come un vestito – per quanto degradante e umiliante, come il burqa – non è equivalente alla lapidazione delle adultere. Essere consapevoli della complessità è utile per affrontare ciascun argomento in maniera proporzionata. Ma la retorica della complessità non può servire da paraocchi per non vedere, al fondo, che si tratta pur sempre di simboli di sottomissione della donna, che una cultura laica, progressista, di sinistra – il cui faro deve essere l’emancipazione degli individui e non la difesa identitaria delle culture – deve rifiutare.

(20 ottobre 2008)

 

 

La libertà non sia un obbligo

di Mariella Gramaglia
Mi esporrò subito alla critica di cerchiobottismo e subalternità alla retorica della complessità dicendo, che nel caso della signora in niqab di Ca’ Rezzonico, si sono comportati bene sia il custode che il dirigente. Il primo, nel non accoglierla a visitare il museo, ha fatto rispettare le regole così come sono, secondo il suo ruolo e i suoi compiti. Il secondo ha saggiamente esercitato la flessibilità, interpretando il regolamento. Un regolamento, sicuramente varato prima della grande immigrazione islamica nei nostri paesi, che impone di non entrare nelle sale “a volto coperto”, non certo per far scudo all’emancipazione femminile, ma piuttosto alle opere esposte e al loro valore, in modo da tutelarle da ladri e vandali.
Già, ma proprio la sicurezza – si obietterà – non è cosa su cui scherzare. Chiunque viaggi sulle rotte dell’Asia sa che è la legittima ossessione del personale di ogni grande aeroporto internazionale. Eppure è perfettamente conciliabile con chador, niqab e persino burqa, come mi è accaduto di vedere almeno una volta. Personale femminile controlla la corrispondenza fra viso e documento in una cabina protetta dagli sguardi maschili e le tecnologie della rilevazione dei metalli e degli altri materiali rischiosi fanno il resto. Le transumanze globali delle donne dell’islam, turiste o migranti che siano, sono una realtà che si calcola in milioni; difficile che Ca’ Rezzonico non ne venisse o prima o poi sfiorata.
Ma la misteriosa signora di Ca’ Rezzonico passa e va, non ci pone davvero un problema di valori, di conciliazione, di relazione fra culture. O meglio, la signora è un enunciato. Enuncia che per lei (non sappiamo se per spontanea convinzione o imposizione) coprirsi è un regola e una fede. A cui non può rinunciare. Diversamente da noi che possiamo tranquillamente calibrare bikini e gonne lunghe a seconda delle circostanze, oppure dalla stessa donna africana citata da Sciuto, che non avrebbe nessun problema a coprirsi il seno per andare a cantare nel coro della missione così come, se il caso volesse, per visitare un museo veneziano.
Diverso è quando l’ospite smette di essere tale, resta, aspira a diventare cittadina, oppure noi ospitanti tentiamo di adoperarci per “integrarla”. E’ qui che comincia la tenzone ideologica contemporanea, fra “multiculturalismo” e omogeneità “monocromatica” dei valori di una società.
Io credo che lungo questa frontiera ci sia una fortezza potente che non consentirei a nessuna indulgenza “multiculturalista” di abbattere: l’inviolabilità del corpo femminile. Escissione, infibulazione, matrimoni forzati, matrimoni di bambine, applicazione alle donne ribelli di sentenze private di clan maschili, vanno puniti secondo il nostro ordinamento e non possono avere alcun diritto di cittadinanza nei nostri paesi. In ognuno di questi casi sul corpo di una donna avviene, violentemente, qualcosa di irreversibile e di irreparabile.
Quanto al resto, a ciò che è reversibile e che può essere da alcune anche considerato una libera scelta, tenderei a un comportamento assolutamente empirico. Assumerei la libertà femminile – per giunta inevitabilmente la libertà femminile così come noi la conosciamo e la pratichiamo – non come un obbligo, ma come un principio regolativo. Un principio regolativo che, nelle mie speranze, possa rappresentare anche una fascinazione e un orizzonte di senso per le ragazze musulmane.
Cosa ci preme? Che le ragazze dell’islam studino, vadano a scuola, non restino a casa fare le serve ai fratelli? Oppure che la laicità delle scuole europee non sia macchiata dai segni delle devozioni e dei comunitarismi? Io, quando venne approvata la legge francese sulla proibizione del velo a scuola (insieme agli altri simboli religiosi), reagii alla maniera di Don Milani, quando parlava dei suoi ragazzi di Barbiana e della loro esclusione: “la scuola è sempre meglio della merda”. Meglio aprirla quella porta, come che sia: imparare, sapere, e poi magari lasciare cadere il chador da sole, piuttosto che rimanere fuori al buio.
Per queste ragioni, dovendo scegliere d’istinto, ho sempre preferito il modello liberal anglosassone che, sia in Inghilterra che in America, cerca la sintesi nazionale senza negare le radici comunitarie, all’idea francese della republique d’abord. E tuttavia, ormai a qualche anno dall’approvazione di quella legge, qualche ricerca sul campo non guasterebbe. Quali sono i modelli educativi di maggior successo per garantire dignità e autonomia dalla famiglia alle ragazze musulmane? Mi adeguerei senza esitazioni al modello che risponde di più al mio principio regolativo, anche se fosse quello che ideologicamente mi convince di meno. Sì, perché – non me ne voglia Cinzia Sciuto – il problema è terribilmente complesso.


(20 ottobre 2008)


 
 

Bambini immigrati nelle scuole europee (maggio 2008)

Un seminario della Commissione europea sull'educazione e l'integrazione dei bambini immigrati in Europa

Gli immigrati crescono di numero nelle città europee e anche la percentuale di bambini stranieri è in crescita- le donne native fanno infatti sempre meno figli rispetto alle donne straniere che provengono da società tradizionali. Di conseguenza le scuole europee conteranno in gran parte bambini con diverse esperienze di migrazione. Questo non significa purtroppo integrazione, anzi, la divisone tra i bambini appare sempre più evidente...

E´ il caso, ad esempio dei Paesi Bassi dove ci sono le scuole dei "bianchi"(che frequentano i bambini nativi) e quelle dei cosiddetti “neri”(frequentate dai bambini immigrati e dai bambini nativi più poveri).
L’integrazione dei bambini migranti è stato proprio l’argomento di discussione del seminario tenutosi qualche settimana fa all’interno della Commissione europea. Uno dei relatori, il professor Heckmann dall’Università di Bamberg ha sottolineato come sia necessario migliorare la situazione dei bambini stranieri nei paesi dell’Ue e di come si sia rivelata fino ad ora inefficace il tentativo di integrarli nella nostra società europee. Background difficile- La maggior parte dei bambini immigrati proviene infatti da difficili situazioni sociali completamente differenti da quelle degli altri studenti nativi. La ricerca svolta in merito mostra come la frequenza scolastica dei bambini stranieri sia più alta nei paesi con meno diseguaglianza economica (come in Svezia), più attenzione verso i bambini e un sistema pre-scolastico sviluppato. Programmi scolastici per bambini anche più piccoli possono infatti compensare le deboli risorse familiari e attivare la socializzazione dei bambini stranieri.
Il professor Heckmann ha sottolineato l’importanza dell’apprendimento linguistico per una completa integrazione. Secondo lui avere padronanza completa del linguaggio nativo, non incide sulla capacità di apprendimento di una seconda lingua –quella del paese dove si vive. A quest’ultima bisognerebbe dare priorità, imparandola fin dall’inizio della scuola.

Supporto negato e discriminazione- Visto che alcuni gruppi di bambini stranieri non riescono a sfruttare tutte le opportunità date loro, gli insegnanti dovrebbero ricevere più formazione in modo da poter affrontare eventuali problemi e difficoltà di apprendimento da parte degli studenti. Dovrebbero essere creati centri di studio all’interno delle scuole per continuare a studiare anche dopo finite le lezioni.
Un altro punto riguarda anche le aspettative degli insegnanti che, nei riguardi dei bambini immigrati, sono minori. Come specifica lo stesso professor Heickmann le ricerche mostrano che i bambini stranieri mostrano risultati migliori nelle scuole più severe; per questo, aspettative alte nei loro confronti, più studio e supporto emotivo possono contribuire a migliorare le loro prestazioni scolastiche.
Inoltre è testato che insegnanti ed educatori con esperienze migratorie hanno influenza positiva su tutti gli studenti. La creazione di scuole "miste" (per migliorare la qualità della cosiddette scuole “nere”) potrebbe attirare anche i bambini nativi, contribuendo a diminuire la segregazione.

Scuole speciali?-Mikael Luciak dall’Università di Vienna ha invece parlato della sovraesposizione degli studenti stranieri nelle scuole “speciali”. Ad esempio nell’Europa dell’est dove la proporzione degli immigrati è più bassa, la maggior parte degli studenti sono rom e spesso vengono mandati nelle cosidette scuole speciali con bambini che soffrono di handicap fisici e mentali. Nonostante sia difficile negare che bambini immigrati non necessitino di cure e attenzione particolari, certamente mandarli nelle scuole insieme a ragazzi con problemi mentali contribuirebbe a stigmatizzarli sempre di più e peggiorare le loro chances per il futuro. Come infatti succede nell´Europa dell´est.
Molti Stati europei non si sono tuttora riconosciuti come paesi di immigrazione e il loro sistema di educazione non prende ancora in considerazione i cambiamenti della struttura della popolazione. Nonostante ciò non saper gestire  l’eterogeneità delle classi impedisce il processo di integrazione sin dall’inizio e può portare alla stigmatizzazione all’esclusione dei bambini stranieri.

(Halina Sapeha)

 
 

Furio Colombo da www.camera.it 

 15/10/2008  

Signor Presidente la ringrazio e devo dirle, a nome dei miei colleghi - e parlo di tutti i colleghi - che sono contento che non siano stati presenti all'illustrazione di questa mozione concernente «iniziative in materia di accesso degli studenti stranieri alle scuole dell'obbligo» versione leghista perché si sono risparmiati una grande umiliazione. Mi riferisco all'umiliazione di ascoltare la signora leghista e domandarsi: « È una mia collega? Faccio quello stesso lavoro e sono seduto nella stessa Camera? » Questa signora si è preparato un discorso in coda al quale c'erano tutte le obiezioni possibili che lei rinviava al mittente.

 

PRESIDENTE. Onorevole Colombo, tutti i membri di questa Camera sono egualmente onorevoli perché eletti dal popolo italiano.

 

FURIO COLOMBO. No, in questo caso mi permetto di esprimere il mio sentimento che è di umiliazione per avere come collega in questa Camera...

 

PRESIDENTE. A termine di Regolamento lei non può offendere un collega.

 

FURIO COLOMBO. ...una persona di così alta qualità razzista e capace persino di rispondere prima.

 

PRESIDENTE. A termini di Regolamento lei non può offendere un collega.

 

FURIO COLOMBO. No, perché lei, signor Presidente, vuole parlare in mia vece? Mi permetta, spetta a me parlare dopo dodici ore trascorse qui dentro!

 

PRESIDENTE. In quanto Presidente pro tempore dell'Assemblea ho il dovere di fare rispettare il Regolamento. Il Regolamento mi dà la facoltà di intervenire allorché vi sono espressioni offensive verso un collega, che non sono tollerate. In quest'Aula ognuno rappresenta il popolo italiano.

 

FURIO COLOMBO. Mi dica, signor Presidente, qual è l'espressione offensiva?

 

PRESIDENTE. L'espressione offensiva è quando si dice che ci si vergogna di avere ...

 

FURIO COLOMBO. No, no. Ho detto che mi sento umiliato e ho il diritto di dirlo perché è il mio sentimento.

 

PRESIDENTE. Mi pare che tale espressione sia l'equivalente semantico di «mi vergogno».

 

FURIO COLOMBO. Signor Presidente, Matteotti si è sentito umiliato di fronte «all'Aula sorda e grigia» del fascismo. Mi sento umiliato quando parlano personaggio leghisti di questo tipo, quando dicono le cose inaudite che affermano. Mi permetta di sostenerlo. Ma ci pensa? Ripensi per un momento a quello che ha ascoltato.
Viviamo in un mondo in cui sta per essere eletto Presidente degli Stati Uniti un ragazzo nero, di origine keniota, nato alle Hawaii, trasportato sul Continente, educato nelle scuole americane dove nessuno lo ha messo in un percorso di separazione e di attesa e dove è diventato uno dei più brillanti giuristi del suo Paese e poi uno dei più brillanti senatori e adesso uno dei più brillanti candidati alla Presidenza degli Stati Uniti che quel Paese abbia mai avuto. Ma lei pensi nelle mani e nel Paese dell'onorevole Borghezio e dell'onorevole Gentilini - che lei dice che sono altrettanto onorevoli come me e, se lei mi permette, non lo sono! - quale sarebbe stato il destino di Obama, perché è nero? Forse preso a sprangate nelle strade di Milano, in un episodio - come ci spiega il Ministro Maroni - che non è razzista.
Non dimentichi, signor Presidente, che queste persone, della cui presenza mi sento umiliato, non hanno votato per la Costituzione e si sono astenuti. Hanno tre Ministri che fanno parte della compagine governativa e si sono astenuti dal votare sulla distribuzione di una copia della Costituzione ai bambini delle scuole. Si sono astenuti! Poi la signora leghista ha fatto riferimento alla Costituzione come se non fosse accaduto un fatto incredibile che dovrebbe essere, dopo le tremende notizie economiche che continuano a piovere su di noi, l'altra notizia dei giornali di domani se questi prestassero attenzione ai fatti veri, invece che al pettegolezzo politico. Il fatto vero è che una parte della maggioranza di questo Paese, con tre Ministri al Governo (tra cui quello dell'interno) ha rifiutato di votare per la distribuzione della Costituzione su cui teoricamente, sia pure con la stramba usanza di giurare prima alla Padania, hanno giurato.
Ho diritto di sentirmi umiliato perché so quel che succede nel mondo e quel che succede in Italia. So che in Italia il collega di quella signora è stato condannato in via definitiva per avere incendiato giacigli di extracomunitari, sotto i ponti ai margini del fiume Dora a Torino. Pensi a quale livello si è giunti. La sua attività preferita era di andare su e giù, ed è il capogruppoPag. 98al Parlamento europeo della Lega Nord per l'indipendenza della Padania, pertanto un gruppo estraneo e straniero che si è infiltrato nel Parlamento italiano per portarci i valori della Padania. È un fatto che non è mai accaduto in altri Parlamenti democratici e in altre situazioni simili alla nostra. La xenofobia si trova ovunque, ma non va al Governo! Questa cosiddetta mozione è un disastro di immaginazione claustrofobica e precipitata nella fossa profonda della non ragione.
Ho ascoltato la collega che ha parlato per ultima con così tanto buonsenso e pazienza, nel tentativo di rendere ragionevole tutto ciò che stava dicendo e con vera sollecitudine. Io non riesco a farlo. Lei ha scelto di prendere sul serio la questione e di dire «no, badate, è sbagliata» spiegandone i motivi, sostenendo un'idea di una semplicità estrema: i bambini imparano soltanto se stanno insieme.
L'idea che i bambini che hanno difficoltà nella lingua italiana debbano essere separati affinché la imparino è una delle più assurde agli occhi dei più elementari psicologi e agli occhi dei più elementari docenti. Ascoltavo la signora leghista e mi domandavo che vita tremenda devono avere avuto i suoi bambini o allievi - non so a che età hanno avuto la disgrazia di avere una docente di quel tipo - ma quanto deve essere stata tremenda la loro vita quando quella era la loro insegnante e quando quello era il modello dal quale imparavano.
Mi permetta di mettere in quadro questa mozione: è la mozione della cultura di Borghezio, che passava il tempo sul treno Milano-Torino a spruzzare disinfettanti ogni volta che vedeva una signora nera nello scompartimento. È la cultura del Ministro dell'interno che ha chiamato sette o otto volte «prostituta» una cittadina caduta nelle grinfie dei vigili urbani in borghese di Parma.
Signor Presidente, quando io vedo persone in borghese che avvicinano, senza identificarsi, i giovani (come è accaduto con il giovane massacrato di botte, sempre a cura dei vigili in borghese di Parma), non può non venirmi in mente il fatto che gli squadroni della morte, prima di diventare squadroni della morte in America latina, erano vigili in borghese, poliziotti in borghese con auto non identificate.
Per fortuna, una trasmissione (in fondo di intrattenimento) della RAI, «Chi l'ha visto?» ha raccolto le testimonianze delle persone che c'erano e che hanno visto che cosa è successo a quel giovane nero. Il Ministro dell'interno ce lo racconta come una storia di ordinaria amministrazione che verrà investigata, ma di cui non si vedono né colpe né colpevoli e per indicare una giovane donna, catturata da quei poliziotti in borghese, una prima volta ce la indica come «prostituta», una seconda volta come «prostituta», una terza volta come «prostituta», una quarta volta come «prostituta», con un'indecorosità e un'indegnità che un Ministro dell'interno non ha mai usato in quest'Aula.
Il problema che aveva di fronte il tutore dell'ordine pubblico italiano era quello di una giovane donna abbandonata sul pavimento di un posto di polizia. Lui non ha alcun diritto di definirla prostituta. In base a cosa? Aveva dei documenti con scritto «professione prostituta»? Permetteremmo mai che lo si facesse ad una donna non di colore, come si ama dire?
È vergognoso il gioco che ha fatto il Ministro dell'interno, utilizzando affermazioni intelligenti e proprie del sociologo De Rita, come un'assoluzione dell'affermazione: «non c'è razzismo in Italia». Lei, forse, sa che il periodo più tremendo del razzismo americano l'ho vissuto negli Stati Uniti. Lei forse sa che l'ho vissuto vicino a Martin Luther King. Le assicuro che il Ku Klux Klan non ha mai detto: «siamo razzisti»; le assicuro che George Wallace, il governatore dell'Alabama non ha mai detto: «eccomi qua, sono razzista, noi odiamo i negri», ha sempre detto il contrario: «noi li vogliamo proteggere, devono stare al loro posto, noi siamo con le nostre tradizioni, noi difendiamo la nostra identità».
E quando a quella terribile parola «identità» si aggiunge identità cristiana - so che con lei non troverò comprensione su questo particolare punto -, ma quando l'identità viene usata come un pungiglione per scacciare indietro l'altro, in quel momento l'identità non può essere cristiana, se lo lasci dire anche da un non credente. Non può essere cristiana l'azione di repellenza e il senso di orrenda claustrofobia che si nota in questo atto!
Sta cadendo il mondo dell'economia e loro stanno pensando in quali corridoi andare a inseguire il ragazzino straniero, quella parola magica terribile: «straniero». Se è straniero, deve essere il male, vediamo intanto di isolarlo, fingendo anche con alcune accortezze di finta pedagogia, ma se è straniero vediamo di isolarlo, vediamo di tenerlo in qualche posticino dove possa essere separato dagli altri perché infetta.
Perché la cultura di Borghezio confina dall'altra parte con la cultura del prosindaco Gentilini, falso o vero sindaco di Treviso. Io non so se posso dire in quest'Aula le frasi che Gentilini ha pronunciato - questo sì forse lei dovrebbe impedirmelo e dovrebbe censurarmi se lo facessi - perché sono le parole di un altro sciagurato, volgare, aggressivo, fomentatore di odio, ma sono le sue parole e la prego soltanto di fare uno sforzo e di ricordarle dai giornali: dove dovrebbero andare ad orinare gli islamici poiché ad essi si nega un luogo di preghiera.
Questa è la cultura nella quale si situa il discorso che stiamo facendo, una cultura xenofoba, ossessiva, claustrofobica, lontana dal mondo.
Chi lo dice a quella povera signora la lingua che si deve conoscere in Florida per essere assunti al municipio e per avere un impiego comunale? Persino gli americani, bianchi, anglosassoni, wasp: devono sapere lo spagnolo! È la prima cosa che si chiede ad un impiegato comunale in Florida dove coloro che parlano lo spagnolo sono veramente molti. La politica è sensibile a queste cose e dunque ha accomodato coloro che non parlano ancora in inglese, ma hanno diritto ad essere ascoltati in municipio, e dunque nei concorsi municipali in Florida si deve parlare spagnolo.
Certo che esistono negli Stati Uniti le persone come questa signora che dicono che l'inglese è la lingua superiore e che chi non lo parla dovrebbe essere espulso; ma non vengono ascoltati, vengono contraddetti dalle televisioni, vengono ideati degli spettacoli e delle serie televisive per insegnare che si sta insieme, che si vive insieme. Lei sa, ma quella signora non sa, perché gli americani amano una parola che discende dalle loro carte, dai loro federal papers: la parola «eccezionalismo». Come lei sa la prima volta è stata detta da quello che sarebbe stato il governatore del Connecticut, John Winthrop, il quale, mentre la nave si avvicinava a questa terra sconosciuta, disse: noi saremo il popolo di Dio, noi saremo la città sulle colline, noi saremo eccezionali; immaginando e pensando che sarebbe stato un mondo nuovo e diverso, come, infatti, nonostante tutto, nonostante i difetti, i problemi e le cose che si discutono continuamente, è stato. Quella parola non è andata perduta; è stata raccolta dalle carte federaliste da Alexander Hamilton: 1788, pensi quanto prima di questa terribile presenza di leghismo cieco ed ottuso! È stata raccolta da Alexander Hamilton che ha detto: sì è vero, noi siamo eccezionali, perché in questo Paese nessuno di noi ha in comune il passato, veniamo da luoghi, da riti...
Mi fa ascoltare dal Presidente, per favore signora? Posso chiedere di lasciarmi parlare con il Presidente, siamo solo lui ed io, se lei si intromette con una terza conversazione...

 

PRESIDENTE. Mi permetto di comunicarle che il suo gruppo dice che lei ha oltrepassato i termini che aveva concordato con il gruppo. Per me può continuare a parlare fino allo scadere dei 30 minuti, perché questo è il Regolamento. Il gruppo mi ha chiesto di invitarla a concludere.

 

FURIO COLOMBO. Io disubbidisco al gruppo e prego la signora per favore di non fare un'altra conversazione. Ho finito in un momento.

 

PRESIDENTE. I nostri consiglieri ci devono consigliare e dare informazioni utili per guidare l'Assemblea.

 

FURIO COLOMBO. Allora lei me lo dice, io mi fermo, aspetto il consiglio e poi riprendo, perché ho solo lei in quest'Aula, oltre alla gentilezza degli stenografi.

 

PRESIDENTE. Io l'ascolto volentieri.

 

FURIO COLOMBO. Alexander Hamilton ha detto: è vero noi siamo eccezionali, perché abbiamo in comune soltanto il futuro; non abbiamo riti, non abbiamo celebrazioni di raccolti, non abbiamo memorie, non eravamo insieme lo scorso anno, non abbiamo festeggiato i nostri figli nello stesso modo, non abbiamo nulla in comune, siamo arrivati adesso! Siamo eccezionali perché avremo in comune il futuro!
Presidente, mi lasci esprimere l'auspicio che questo sia, in un Paese che sta diventando multietnico, e dunque grande, perché è stata la multietnicità che ha permesso agli Stati Uniti di trionfare sul Giappone quando negli anni Settanta si diceva che forse il Giappone ce l'avrebbe fatta a superare gli Stati Uniti, ma il Giappone è solo dei giapponesi, anche un po' leghisti. L'America è multietnica, è multirazziale, è pluralista, ha accolto bambini di tutti i tipi e non li ha mai messi nei ghetti.
Quando ero deputato eletto a Torino e ai tempi in cui, con una legge civile, esisteva un collegio, nel mio collegio... Ho un solo interlocutore, non posso perderlo...
Quando ero deputato eletto a Torino e ai tempi in cui, una legge elettorale civile ti faceva riconoscere dai tuoi elettori perché eri eletto contro un altro in quel collegio, una delle esperienze più belle era coinvolgere i bambini negli incontri con gli adulti, perché i bambini sapevano bene l'italiano, avevano addirittura imparato il dialetto locale ed erano in condizione, quindi, di aiutare i genitori a quella mediazione che, altrimenti, questi non sarebbero stati capaci di fare per la difficoltà linguistica che è stata ricordata dalla collega, quella vera, quella seria, un momento fa.
Qui si propone di isolare tutti, si propone un corridoio simile a quello delle malattie infettive; qui c'è una mozione che va respinta e che, purtroppo, Presidente, prevedo che non sarà respinta; in questo senso mi unisco all'umiliazione che proveranno molti colleghi di Alleanza Nazionale e di ciò che era una volta Forza Italia, dovendo votare per una simile ignobile mozione di separazione, di apartheid, di xenofobia e di razzismo (Applausi di deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Tratto da www.camera.it

 
 

Abiura di una cristiana laica di Roberta de Monticelli

Questo è un addio. A molti cari amici - in quanto cattolici. Non in quanto amici, e del resto sarebbe un fatto privato. E' un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana, un addio anche accorato a tutti i religiosi cui debbo gratitudine profonda per avermi fatto conoscere uno dei fondamenti della vita spirituale, e la bellezza. La bellezza delle loro anime e quella dei loro monasteri - la più bella, la più ricca, e oggi, purtroppo, la più deserta eredità del cattolicesimo italiano. O diciamo meglio del nostro cristianesimo. L'eredità di Benedetto, di Pier Damiani, di Francesco, dei sette nobili padri cortesi che fondarono la comunità dei Servi di Maria, di tanti altri uomini e donne che furono "contenti nei pensier contemplativi". E anche l'eredità di mistici di altre lingue e radici, l'eredità, tanto preziosa ai filosofi, di una Edith Stein, carmelitana che si scalzò sulle tracce della grande Teresa d'Avila.

Questo addio interessa a ben poche persone, e come tale non meriterebbe di esser detto in pubblico. Ma se oggi scrivo queste parole non è certo perché io creda che il gesto o la sua autrice abbiano la minima importanza reale o morale: bensì per un senso del dovere ormai doloroso e bruciante. Basta. La dichiarazione, riportata oggi su "Repubblica", di Mons. Betori, segretario uscente della Cei, e "con il pieno consenso del presidente Bagnasco", secondo la quale, per quanto riguarda la fine della propria vita, alla volontà del malato va prestata attenzione, ma "la decisione non deve spettare alla persona", è davvero di quelle che non possono più essere né ignorate né, purtroppo, intese diversamente da quello che nella loro cruda chiarezza dicono.

E allora ecco: questa dichiarazione è la più tremenda, la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale: la coscienza, e la sua libertà. La sua libertà: di credere e di non credere (e che valore mai potrebbe avere una fede se uno non fosse libero di accoglierla o no?), di dare la propria vita, o non darla, di accettare lo strazio, l'umiliazione del non esser più che cosa in mano altrui, o di volerne essere risparmiato. Sì, anche di affermare con fierezza la propria dignità, anche per quando non si potrà più farlo. E' la possibilità di questa scelta che carica di valore la scelta contraria, quella dell'umiltà e dell'abbandono in altre mani. Ma siamo più chiari: quella che Betori nega è la libertà ultima di essere una persona, perché una persona, sant'Agostino ci insegna, è responsabile ultima della propria morte, come lo è della propria vita. Fallibile, e moralmente fallibile, è certo ogni uomo. Ma vogliamo negare che, anche con questo rischio, ultimo giudice in materia di coscienza morale sia la coscienza morale stessa? Attenzione: non stiamo parlando di diritto, stiamo parlando di morale. Il diritto infatti è fatto non per sostituirsi alla coscienza morale della persona, ma per permettergli di esercitarla nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo di altri. Su questo si basano ad esempio i principi costituzionali che garantiscono la libertà religiosa, politica, di opinione e di espressione.

Oppure ci sono questioni morali che non sono "di competenza" della coscienza di ciascuna persona? Quale autorità ultima è dunque "più ultima" di quella della coscienza? Quella dei medici? Quella di mons. Betori? Quella del papa? E su cosa si fonda ogni autorità, se non sulla sua coscienza? Possiamo forse tornare indietro rispetto alla nostra maggiore età morale, cioè al principio che non riconosce a nessuna istituzione come tale un'autorità morale sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti? C'è ancora qualcuno che ancora pretenda sia degna del nome di morale una scelta fondata sull'autorità e non nell'intimità della propria coscienza? "Non siamo per il principio di autodeterminazione", dichiara mons. Betori, e lo dichiara a nome della chiesa italiana. Ma si rende conto, Monsignore, di quello che dice? Amici, ve ne rendete conto? E' possibile essere complici di questo nichilismo? Questa complicità sarebbe ormai - lo dico con dolore - infamia.

da
www.ilfoglio.it

Proprio in questi giorni, proprio a pochi giorni dal pronunciamento della Cassazione che potrebbe concludere la tormentata vicenda giudiziaria condotta con coraggio e determinazione da Beppino Englaro, sua figlia Eluana rischia di spegnersi (o, viene il dubbio soprattutto ascoltando le parole di mons. Betori, di essere spenta da altri che del diritto e della coscienza hanno scarso apprezzamento) evitando così una sentenza definitiva che riconosca la sua volontà quando era in vita.

Ma una lettera come questa così sentita e così dolorosa, in un momento storico arido come questo, per me aiuta a nutrire quel bisogno vitale di bellezza, di dignità, di fierezza e di coerenza che dovrebbe formare la vera coscienza.

b

 
 

Frau Gertrud era  una vecchietta così tipica che ciascuno può pensare di averla  vista scendere da un pullman granturismo vicino alla sua città. Oppure in fila alla toilette di un'area di servizio sull autostrada, insieme a decine di sue simili.

Una di quelle vecchiette con i capelli bianchissimi  e spettinati, un accenno di alopecia, i pantaloni azzurro sbiadito con l orlo appena un po' troppo corto, gli occhiali, gli occhi stretti e un rossore livido su guance quasi trasparenti. 

Era nata nel 1918. Una testimone, insomma. Una che poteva dire di aver visto il Novecento sfilarle davanti. Appena il mio tedesco divenne sufficiente,  la travolsi di domande. Volevo tutta la  sua memoria. Volevo sapere perché. Come succede che il Male dilaghi fra l indifferenza. Come ci si ritrova a vivere nel nazismo. Cosa si pensa quando si assiste alla scomparsa progressiva di amici, vicini di casa, conoscenti. Quando si impara ad evitare negozi o li si ritrova chiusi, con le vetrine spaccate. Volevo sapere come e perché si apre la porta al disastro e senza  far resistenza. Cosa si mormora quando comincia, cosa ci si chiede.

Ma Frau Gertrud mi deluse. Non aveva altro da dire che “noi non sapevamo, noi non vedevamo niente. C era la fila, all ufficio collocamento e poi non c è stata più. E' arrivata la guerra, la paura, il solo pensiero  era sopravvivere.  D altro,   noi non sapevamo, non capivamo, non ci potevamo e non ci interessava sapere”

Mia madre ha ricevuto un buffetto da  Mussolini. Non che lo ricordi bene, aveva solo cinque anni quando fu premiata dal duce in qualità di prima classificata nella categoria  triciclo, quella che apriva una manifestazione di  gare ciclistiche organizzate per fasce d età. Dai più piccoli, come lei, fino agli avanguardisti.

Ricorda, a quanto dice, il furore competitivo con cui ha pestato sui pedali, la tanta gente intorno, la medaglia e lo sguardo vigile e allarmato di sua zia, in prima fila,  che nel momento solenne dell augusta premiazione, temeva che la bimba dimenticasse il saluto romano. E per ammonirla e rammentarglielo, agitava in su e in giù l avambraccio, compulsivamente. 

Nell Italia fascista non si può fingere che il mondo politico sia un'entità a parte, perché il fascismo invade ogni spazio della vita pubblica e persino privata degli italiani: per lavorare serve la tessera fascista o l iscrizione ai sindacati fascisti e per assicurare un avvenire ai figli bisogna iscriverli alle organizzazioni fasciste, per non avere guai con la polizia, poi, è consigliabile farsi vedere al dopolavoro, mostrare interesse per l attività del fascio locale...” ( Simona Colarizi- Storia del Novecento italiano)


Esclusione totale ed inclusione totale, meccanismi opposti e speculari che garantiscono l assenza di partecipazione. 
In assenza di partecipazione, muore la democrazia. E poco importa se i simboli non si replicano. Se le uniformi, i vezzi e i bronci del demagogo al balcone o del tiranno sul podio si consegnano irripetibili alla Storia.

Se non si discute e non si partecipa, è già cominciata la discesa.

Come assenza di ossigeno, il difetto di dibattito pubblico, di confronto di visioni e di rappresentatività, provoca asfissia e stordimento.


Così, per esempio, siamo invitati alla fanfara che annuncia un ddl che porta il nome della ministra delle pari opportunità. In fila, davanti al giornalaio o al telegiornale, veniamo avvertiti, chiamati  ad assistere alla parata dei commenti, alla sequenza – rigida e final come quella delle passerelle dell avanspettacolo – delle opinioni. E così non sappiamo, non capiamo, non  possiamo e non ci interessa sapere che il ddl che porta il nome della ministra delle pari opportunità non è e non ha intenzione di essere uno strumento utile a contrastare e combattere il mercato degli esseri umani.  Non sappiamo, non possiamo pensare che è invece ancora possibile immaginare e costruire una società differente, che difenda la dignità e l integrità di tutti gli esseri umani, a cui interessi davvero opporsi alla violenza. E che non è neppure utopico. E’ solo una questione di scelte.

Ma scegliere comporta partecipare.

Per esempio:
Buone Pratiche per la Prevenzione della Prostituzione e del Traffico delle donne:La Legge svedese che Proibisce l’acquisto di servizi sessuali (1998:408)

 Documento c-12b qui:  
http://www.aretusa.net/02areadocumenti/02documenti03.php
 
                                                                      Cuorerosso


 
Stato di polizia 09/10/2008
 

Quando penso al concetto di "Stato di polizia" evoco gendarmi baffuti verdemilitarevestiti, dal vago accento sudamericano con ghigno sul volto e manganello in mano. Ma sono suggestioni, ovvio, roba da "macelleria messicana" come ricordava un funzionario dello Stato al processo sui fatti della Diaz a Genova...

Ma a leggere l'articolo di Giuseppe D'Avanzo, apparso oggi su Repubblica, viene il dubbio che forse il manganello non sia strettamente necessario perchè si possa parlare di "Stato di Polizia". Basta lasciare che siano i gendarmi a perseguire crimini e criminali decidendo chi, come e quando. E mi sorprendo a pensare che forse sono perfino meglio i manganelli che almeno si vedono piuttosto che l'arbitrio che insabbia nasconde o decide che, per quest'anno lasciamoli sfogare 'sti poveri uomini o 'sti ragazzi frustrati chè tanto le donne che ci stanno affare se non per quello...

b

Da Repubblica.it

È L'UOVO di Colombo. Che cos'è un pubblico ministero senza polizia giudiziaria? Più o meno, niente. Un corpo senza braccia. Una toga nera che cammina. E allora se, nella scelta e nell'avvio dell'esercizio dell'azione penale, si toglie all'accusa la collaborazione della polizia; se si attribuiscono alla polizia i poteri che oggi sono del pubblico ministero (dalle notizie di reato alla direzione delle indagini), il gioco è fatto.

Quel che oggi appare una faticosa (e ardua) ascesa alle vette di una riforma costituzionale diventa, più o meno, una quieta passeggiata in riva al mare. Un percorso legislativo ordinario e svelto che, senza troppo clamore e piazze Navona, altera gli equilibri costituzionali più di quanto possa fare una risicatissima riscrittura della Costituzione.

La "riforma della giustizia" (o meglio lo scontro ideologico tra politica e magistratura) ha già un suo compromesso concreto, rapidamente realizzabile e già per buona parte condiviso. L'abolizione di qualche parola in due articoli del codice di procedura penale consente alla politica di ottenere, senza "guerre di religione", quel che dai tempi della Bicamerale è apparso alla politica una chimera: il controllo dell'azione penale e l'attenuazione dei poteri del pubblico ministero a vantaggio dell'esecutivo.

Come si sa, la riforma ha un'agenda autunnale già annunciata dal ministro della Giustizia Alfano: riforma del processo penale e civile e, poi, interventi costituzionali che muteranno il ruolo del Csm, l'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere. E' un'agenda, per la prima parte (riforma del processo), condivisa anche dall'opposizione che vuole rendere concreta la ragionevole durata del processo e più efficiente (finalmente efficiente) la macchina della giustizia. Ma, a saper ascoltare Luciano Violante e Niccolò Ghedini - le vere "teste d'uovo" protagoniste di questo minimalismo al tempo stesso riformista e rivoluzionario - è sufficiente già il riordino del processo penale per raccogliere qualche desideratissimo risultato. L'accordo non è segreto. Il compromesso è lì alla luce del sole e basta soltanto unire i punti per vederne il disegno.



Chiedono a Violante della separazione delle carriere (2 settembre, il Giornale). Curiosamente, prima di dirsi contrario alla separazione, Violante ragiona a lungo (in apparenza c'entra come il cavolo a merenda) sulla "confusione tra attività di polizia e attività del pm". Per concludere: "Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm dall'altra, ciascuno con proprie attribuzioni". E' una stravaganza il richiamo alla Carta. Come se le "attribuzioni" delle polizie fossero prescritte dalla Costituzione che, al contrario, all'articolo 109 recita: "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria".

A stretto giro (3 settembre, il Giornale), risponde a Violante Niccolò Ghedini. Tecnico sapientissimo, di fatto il Guardasigilli, scorge il varco. Dice: "Sono d'accordo sulla necessità di valorizzare il lavoro della polizia giudiziaria rendendolo più autonomo da quello del pm. L'accordo si può trovare in tempi brevi". Si può immaginare che l'avvocato e consigliere di Berlusconi sfoggi uno dei suoi sorrisi, quando si lancia nella difesa dell'obbligarietà dell'azione penale ("La manterrei"). Ghedini sa che, liberata la polizia giudiziaria dalla dipendenza al pm, non vale più la pena occuparsi dell'obbligatorietà dell'azione penale che sarebbe già fritta. Vediamo perché.

Oggi (art. 327 del codice di procedura penale) "il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolgere attività di propria iniziativa". Se si cancellano le parole in corsivo la norma diventa: "La polizia giudiziaria, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, svolge attività di propria iniziativa". Il pubblico ministero perde la direzione delle indagini mentre la polizia guadagna la sua libertà. Come chiunque comprende, la variazione non è neutra e senza conseguenze. Il pubblico ministero è indipendente dal potere politico e "soggetto soltanto alla legge", mentre il poliziotto è un funzionario dello Stato che risponde agli ordini di un ministro e alle scelte politiche del governo. Una seconda "correzione" accentua la discrezionalità della polizia e la distanza dal pm.

Articolo 347 del codice di procedura di penale: "Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo, riferisce al pubblico ministero". Se cade il corsivo ("Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria riferisce al pubblico ministero") l'intero gioco investigativo finisce nelle mani delle forze dell'ordine. Lo scenario diventa questo. Le polizie raccolgono la notizia di reato; fanno i primi accertamenti; ne possono valutare protagonisti, modalità e conseguenze. Informare la catena gerarchica e il governo. Decidere quando e come informare il pubblico ministero.

Non si può escludere che, nelle occasioni meno gradite o imbarazzanti per il potere politico o economico, la comunicazione possa avvenire fuori tempo massimo quando i buoi sono già scappati dalla stalla o quando diventa difficile raccogliere coerenti e tempestive fonti di prova per accertare reato e responsabilità. (Naturalmente sempre possono esserci pressioni sulla polizia giudiziaria per "aggiustare" le indagini, ma la dipendenza dal pubblico ministero protegge i funzionari dello Stato dalle gerarchie e dai governi).

Come si può comprendere, grazie a poche parole soppresse in un codice, giustizia e processo muterebbero. Sarebbe il governo a decidere, attraverso le polizie, quale fenomeno criminale aggredire e quali affari penali indagare. La separazione della polizia giudiziaria dal pubblico ministero risolve all'origine molte questioni cui la politica non ha trovato soluzione nel corso del tempo. L'obbligatorietà dell'azione penale sarebbe sterilizzata.

Oggi nella disponibilità delle procure, l'inizio dell'azione penale viene consegnata al governo che può selezionare quando, come e contro chi esercitare l'azione, attraverso la notizia di reato raccolta dalla polizia giudiziaria e i tempi di comunicazione alle procure. L'indipendenza del pubblico ministero sarebbe marginalizzata. Decretata la sua autonomia nelle indagini, sarà il poliziotto a decidere del lavoro soltanto formalmente indipendente del magistrato trasformando il pubblico ministero in "avvocato della polizia".

Un "avvocato" che mette le sue competenze tecniche al servizio di un'accusa preconfezionata in questure e caserme che lavorano alle dipendenze e con gli input del governo. La soluzione può essere gradita a larga parte del mondo politico (è un errore sottovalutare l'influenza e le connessioni di Violante nell'opposizione e nelle istituzioni) e peraltro Silvio Berlusconi non ha mai fatto mistero di volerla ad ogni costo. Forse, l'avrà. Senza tanti ghirighori costituzionali, la quadra - come l'uovo di Colombo - è lì a portata di mano. In poche parole da cancellare con un tratto di penna.

(10 settembre 2008)